Nonostante i progressi della medicina, una percentuale significativa di pazienti con malattie pischiche, che varia dal 30% al 60% a seconda del disturbo, mostra resistenza al trattamento: un vero e proprio “muro” che non solo aumenta in modo esponenziale il carico sanitario e i costi, ma soprattutto genera profonda frustrazione. Ma questa prospettiva rischia di oscurare la complessità dei fattori biologici, psicologici, sociali e relazionali che modulano la risposta terapeutica. La resistenza non va quindi considerata un fallimento, ma un’opportunità per ripensare la cura; non si tratta solo di aggiungere un altro farmaco, ma di adottare una visione più ampia, biologica e personalizzata, che trasformi il muro della resistenza in una porta verso la guarigione. È il messaggio lanciato dagli specialisti della Società Italiana di Psichiatria nel corso dei lavori del loro recente congresso.
Nel dettaglio, la depressione resistente riguarda fino al 30% dei pazienti e, in molti casi appare correlata a trattamenti inadeguati o a scarsa aderenza più che a una reale inefficacia del farmaco. “In questi casi i trattamenti vanno rivalutati e, se necessario, integrati attraverso l’aggiunta di un secondo farmaco — la cosiddetta strategia di augmentation — o l’affiancamento di una psicoterapia, oppure l’impiego di terapie non farmacologiche come la stimolazione magnetica transcranica – spiega Guido Di Sciascio, presidente area territoriale della SIP e direttore del DSM dell’ASL di Bari –. Inoltre, è stata approvata da AIFA l’esketamina, attualmente indicata in associazione a un antidepressivo orale negli adulti con disturbo depressivo maggiore non responsivo ad almeno due antidepressivi utilizzati con dosaggi e tempi corretti”.
Nella schizofrenia, la resistenza al trattamento riguarda circa un terzo dei pazienti. “Per questi pazienti resta centrale il ruolo della clozapina, ancora sottoutilizzato per i timori legati agli effetti collaterali – sottolinea Antonio Vita, presidente area universitaria SIP e professore ordinario di Psichiatria all’Università di Brescia –. Tuttavia, continua a rappresentare una valida opzione, sebbene richieda un attento monitoraggio medico, che include controlli regolari degli esami ematici”. Anche in Italia, sono state recentemente aggiornate le indicazioni relative al monitoraggio ematico, semplificando la gestione clinica del trattamento. L’obiettivo è ridurre gli ostacoli burocratici e migliorare l’accesso al farmaco, mantenendo comunque le raccomandazioni di monitoraggio clinico da parte del medico. “Oltre ai farmaci, sono cruciali anche gli interventi psicosociali evidence-based come la psicoeducazione familiare, il social skills training, la riabilitazione cognitiva e alcuni approcci psicoterapici mirati alla gestione dei sintomi psicotici persistenti”.
Il tasso maggiore di resistenza si registra nei disturbi ossessivo-compulsivi. “Ben il 40-60% dei pazienti non risponde agli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina. Nei disturbi ossessivo-compulsivi resistenti ai trattamenti standard, l’associazione di strategie di augmentation farmacologica e di neuromodulazione non invasiva rappresentano una delle direzioni più promettenti della ricerca clinica”.
Le resistenze ai trattamenti non sono dunque insormontabili e la ricerca sta lavorando per migliorare le strategie di intervento. Liliana Dell’Osso, past president SIP e professore ordinario di Psichiatria all’Università di Pisa spiega: “la recente evoluzione verso la psichiatria di precisione e gli approcci integrati mira a superare la tradizionale dicotomia tra ‘responsivo’ e ‘resistente’. Il futuro della psichiatria sembra risiedere nella cura personalizzata, fondata sull’integrazione di interventi biologici, psicologici e tecnologici, abbandonando l’idea riduttiva che il semplice cambio di farmaco possa determinare l’esito terapeutico”.
“La nostra sfida – conclude Emi Bondi, past president SIP e direttore del DSM dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo – deve essere quella di garantire che nessun paziente resti senza risposta, anche quando questa richiede più tempo, maggiori competenze e un impegno clinico condiviso”.