Nonostante la sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) rappresenti la patologia endocrina più frequente nelle donne in età riproduttiva, è tuttora presente una diffusa difformità nella pratica clinica, dal punto di vista diagnostico e terapeutico. «Ciò è dovuto a molteplici fattori: i diversi criteri diagnostici applicabili, la natura complessa della sindrome stessa, la difficoltà ad attuare in modo sistematico le raccomandazioni presenti nelle attuali linee guida, la presenza di differenti fenotipi patologici e il fatto che se ne occupino diversi specialisti (endocrinologi, ginecologi, dermatologi, ...)» afferma Veronica Calabrò con i componenti della Commissione Endocrinologia Ginecologica AME (Associazione Medici Endocrinologi) coordinata da Cecilia Motta. «Ciò può causare frustrazione tra le pazienti, interruzione del follow-up e sospensione delle terapie, con possibili effetti negativi sulla salute a lungo termine» riportano gli specialisti.
«Date queste premesse, la Società Europea di Endocrinologia (ESE) ha condotto una survey online tra i propri iscritti, con la finalità di fornire una fotografia della condotta clinica della comunità endocrinologica europea nella gestione della PCOS» commentano Calabrò e colleghi.
«È stata recentemente condotta una survey (Ivadas S et al., Eur J Endocrinol 2024), che aveva l’obiettivo di esplorare le caratteristiche fenotipiche della PCOS sulla base dei criteri diagnostici di Rotterdam, in relazione alle caratteristiche mestruali, alla presenza di iperandrogenismo e alla morfologia ovarica policistica (PCOM)» osservano gli esperti. «I quattro fenotipi identificati erano i seguenti: A. oligomenorrea, iperandrogenismo e PCOM; B. cicli mestruali regolari, iperandrogenismo e PCOM; C. oligomenorrea, iperandrogenismo e ovaie normali; D. oligomenorrea, assenza di iperandrogenismo e PCOM».
Ecco i risultati della survey. «Il sondaggio ha coinvolto 505 endocrinologi europei, il 64% dei quali erano donne, con un’età media di 47 ± 11.6 anni» riferiscono gli esperti. «Il 69% dei partecipanti si è identificato come clinico» osservano Calabrò e colleghi. «Riguardo ai criteri diagnostici e ai fenotipi, l’85% degli intervistati ha utilizzato i criteri di Rotterdam» proseguono gli specialisti. «Le motivazioni principali delle visite mediche erano l’iperandrogenismo clinico (40%) e le irregolarità mestruali (32%). I fenotipi identificati sono stati: B (60.8%), A (57.4%), C (21.2%) e D (21.0%)» continuano Calabrò e colleghi. «Nell’87.1% dei casi, l’età alla diagnosi di PCOS era compresa tra i 20 e i 40 anni. Per quanto concerne la valutazione dell’iperandrogenismo e dell’anovulazione, i sintomi considerati sono stati: irsutismo (84.4%, con il 27.7% dei medici che si affidava all’auto-valutazione della paziente), acne (62.2%) e alopecia androgenetica (59%)» riferiscono gli esperti. «I test biochimici usati per la valutazione dell’iperandrogenismo sono stati: testosterone totale (78.6%), DHEAS (73.7%), 17 OH-progesterone (17OHP) (56.2%), free androgen index (56.4%) e androstenedione (55.8%)» proseguono gli specialisti. «Il 25% degli intervistati ha utilizzato la spettrometria di massa per valutare l’eccesso di steroidi. L’anovulazione è stata valutata in base alla presenza di cicli > 35 giorni (41.2%), < 8 cicli/anno (38.6%) e mediante il dosaggio del progesterone in tre cicli consecutivi (11.5%). L’ecografia ovarica è stata richiesta dall’83.4% dei medici» continuano gli esperti. «Relativamente all’esclusione di altre diagnosi e alla valutazione metabolica, gli esami biochimici utilizzati per escludere altre endocrinopatie sono stati: TSH (75.2%), 17OHP (74.7%), PRL (70.9%), test di Nugent (53.9%) e IGF-1 (21.8%)» riportano Calabrò e colleghi. «All’analisi dell’anamnesi familiare, il 93.9% delle pazienti è risultato con familiarità per diabete di tipo 2 (DM2) e l’82.4% per malattie cardiovascolari» osservano gli specialisti. «All’analisi del profilo metabolico, sono risultate pazienti obese nell’89.9% dei casi, sovrappeso nell’87.5% e normopeso nel 60.4%» riferiscono gli esperti. «L’86% degli intervistati ritiene che anche le donne magre affette da PCOS siano a rischio di DM2» proseguono gli specialisti. «Lo screening per il diabete pre-gestazionale è stato eseguito nell’87.7% dei casi, mentre l’89.7% considera la PCOS un fattore di rischio per il diabete gestazionale» continuano Calabrò e colleghi. «Per quanto riguarda la gestione terapeutica della PCOS, l’iperandrogenismo biochimico e/o clinico è stato trattato con contraccettivi orali combinati (OCP) con o senza proprietà antiandrogeniche (rispettivamente, 49.1% e 39.6%), associati a modifiche dello stile di vita (80.8%). L’anovulazione/oligomenorrea è stata trattata con metformina (86%), cambiamenti dello stile di vita (82.4%), OCP senza antiandrogeni (44.6%), OCP con antiandrogeni (32%) e inositolo (31.7%)» commentano Calabrò e colleghi. «Il 90% dei medici adatta il trattamento in base al BMI della paziente» proseguono gli specialisti. «L’interruzione del trattamento con OCP avviene dopo 3 anni nel 38% dei casi e tra 1 e 3 anni nel 31%» continuano gli esperti. «Infine, l’approccio multidisciplinare ha previsto l’invio delle pazienti a dietologi (83.8%), ginecologi (76.4%), dermatologi (47.9%), psicologi (40.6%) e psichiatri (22.8%)» osservano Calabrò e colleghi. «L’esercizio fisico è stato raccomandato dal 42.6% degli endocrinologi» riferiscono gli specialisti.
«Il sondaggio analizza lo stato attuale delle conoscenze sulla PCOS tra gli endocrinologi europei, evidenziando i progressi rispetto a un’indagine simile condotta dieci anni fa» affermano gli esperti. «Si osserva un miglioramento nella comprensione della PCOS, con un passaggio dall’uso dei criteri NIH ai criteri di Rotterdam, ora adottati dall’85% degli specialisti» riferiscono Calabrò e colleghi. «Inoltre, emerge un approccio più olistico e multi-disciplinare, con maggiore attenzione agli aspetti metabolici e psicologici» proseguono gli specialisti. «I principali problemi individuati dai partecipanti come associati alla PCOS sono infertilità (54.1%), iperandrogenismo (51.7%), obesità (45.9%) e anovulazione (43.6%)» commentano gli esperti. «L’analisi metabolica include frequentemente la valutazione di lipidi, OGTT, HbA1c e glicemia a digiuno» continuano Calabrò e colleghi. «La gestione varia a seconda della sintomatologia prevalente: per l’iperandrogenismo la terapia più usata sono gli OCP con o senza anti-androgeni (49.1%), mentre per l’anovulazione si preferisce la metformina (86%) e la modifica dello stile di vita (82.4%)» riportano gli specialisti. «Un cambiamento significativo riguarda la crescente collaborazione con specialisti di altre discipline, come ginecologi, dermatologi, nutrizionisti e psicologi, per un trattamento più completo della PCOS» osservano Calabrò e colleghi. «Tuttavia, persistono aree di incertezza, tra cui la definizione corretta di anovulazione cronica, la durata ottimale della terapia con OCP e il monitoraggio a lungo termine» proseguono gli esperti. «In sintesi, il sondaggio conferma una maggiore consapevolezza sulla PCOS come disturbo sia riproduttivo che metabolico, con la necessità di ulteriori ricerche per ottimizzarne diagnosi e trattamento» commentano gli specialisti.
Eur J Endocrinol 2024, 191: 134-43. doi: 10.1093/ejendo/lvae085.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/39099229/