Un recente studio retrospettivo ha riacceso l'interesse verso l’uso off-label degli inibitori nucleotidici della trascrittasi inversa (NRTI), una classe di farmaci comunemente impiegata nella terapia dell’HIV, come potenziale strategia preventiva contro la malattia di Alzheimer. Pubblicato su Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association, lo studio ha evidenziato una riduzione significativa del rischio di Alzheimer nei pazienti in trattamento con NRTI, con un calo annuo compreso tra il 6% e il 13%.
I ricercatori hanno analizzato dati sanitari di lungo termine da due fonti statunitensi: 24 anni di dati della Veterans Health Administration, che comprende principalmente pazienti uomini, e 14 anni di dati dal database MarketScan, che copre una popolazione più diversificata con assicurazione sanitaria privata.
Si sono concentrati su individui di età pari o superiore ai 50 anni trattati per HIV o epatite B e che non avevano ricevuto diagnosi precedenti di Alzheimer.
Hanno così identificato oltre 270.000 pazienti idonei e valutato quanti avessero sviluppato la malattia.
Dopo aver tenuto conto di fattori di confondimento, come condizioni di salute preesistenti, hanno scoperto che coloro che assumevano NRTI presentavano una significativa riduzione del rischio di Alzheimer.
Coloro che assumevano gli NRTI avevano una riduzione del circa 10% del rischio di sviluppare l’Alzheimer per ogni anno di assunzione.
I ricercatori hanno osservato che la riduzione del rischio di Alzheimer era specifica per i pazienti che assumevano NRTI e non si riscontrava in quelli che utilizzavano altri farmaci per l’HIV.
Questa distinzione li ha portati a concludere che gli NRTI dovrebbero essere testati in studi clinici per valutarne il potenziale preventivo contro l’Alzheimer. Se efficaci, l’impatto potrebbe essere enorme.
Il potenziale impatto di questa ricerca è notevole: si stima che ogni anno 10 milioni di persone sviluppino l’Alzheimer in tutto il mondo. I ricercatori sottolineano che questi risultati potrebbero tradursi quindi nella prevenzione di circa un milione di nuovi ogni anno a livello globale. La modulazione della neuroinfiammazione attraverso farmaci già noti alla pratica clinica potrebbe aprire nuove vie preventive per una delle principali sfide neurologiche dell’età avanzata.
Tuttavia, gli esperti sottolineano che serve ancora cautela: si tratta solo di uno studio osservazionale, quindi non possono dire con certezza che questi farmaci prevengano davvero la malattia.
I ricercatori sottolineano anche la necessità di avviare trial clinici randomizzati per valutare l’efficacia e la sicurezza dell’uso degli NRTI in ambito neurodegenerativo, anche in considerazione degli effetti collaterali di questi farmaci. In tal senso, il team di ricerca ha sviluppato una molecola modificata, denominata K9, che conserva l’effetto anti-infiammatorio ma con un profilo di tollerabilità superiore. Attualmente in sperimentazione clinica per patologie oculari, K9 potrebbe presto essere testata anche per l’Alzheimer.
In precedenza, era già stato scoperto un possibile meccanismo biologico che spiega come questi farmaci potrebbero offrire protezione contro l’Alzheimer. Gli NRTI, oltre a impedire all’HIV di replicarsi nel corpo, infatti bloccherebbero anche l’attivazione degli inflammasomi, componenti del sistema immunitario collegati allo sviluppo dell’Alzheimer. Gli inflammasomi sono proteine cellulari che si aggregano in risposta all’amiloide, alla tau, a infezioni virali o batteriche, traumi, alterazioni immunitarie o stress ambientali.
Secondo il professor Jayakrishna Ambati (University of Virginia School of Medicine), autore dello studio, l’ipotesi patogenetica si fonderebbe appunto sull’inibizione degli inflammasomi da parte degli NRTI.
Questo studio rafforza l’ipotesi che i processi infiammatori siano attivi nell’Alzheimer e offre un potenziale indirizzo per lo sviluppo di farmaci di nuovi farmaci e agenti molecolari in grado di cambiare il modo in cui affrontiamo questa malattia o addirittura di prevenirla.