Attualità
Endometriosi
28/03/2025

Endometriosi, Iss: oltre 1,8 milioni di italiane ne soffrono. Ipotesi rischio ambientale

Una patologia sotto-diagnosticata, scoperta con un ritardo medio di 7 anni, anche se sembra crescere la consapevolezza sul suo impatto sanitario e sociale

ciclo-mestruale

Sono oltre 1,8 milioni le donne italiane in età riproduttiva che convivono con l'endometriosi (prevalenza dell'1,4% nella popolazione femminile tra 15 e 50 anni), secondo i dati ufficiali diffusi dall'Istituto superiore di sanità in occasione della Giornata mondiale dedicata alla malattia ginecologica. Una patologia sotto-diagnosticata, scoperta con un ritardo medio di 7 anni, anche se sembra crescere la consapevolezza sul suo impatto sanitario e sociale. Nel triennio 2021-2023 si sono registrati numeri lievemente più alti al Nord, nella provincia autonoma di Bolzano, in Veneto e Sardegna, riferisce l'Iss. Secondo indagini preliminari condotti dall'istituto, avverte, "il rischio di endometriosi potrebbe essere associato alla residenza in aree contaminate da inquinanti" ambientali "con potenziale azione di interferenza endocrina".

L'endometriosi è dovuta alla presenza di endometrio, la mucosa che ricopre internamente l'utero, all'esterno dell'utero, ricorda l'Iss. La condizione è gravata da un notevole impatto sulla qualità della vita, sia per l'aspetto sintomatologico (dolori mestruali, dolore pelvico cronico, dolore durante i rapporti sessuali) sia per le potenziali ricadute sulla capacità riproduttiva: si stima che tra il 30-40% delle donne che soffrono di endometriosi possa riscontrare problemi di fertilità o subfertilità. Non a caso nel 2023 il Parlamento italiano ha approvato una legge per il riconoscimento dell'endometriosi come malattia cronica invalidante.

A partire dai risultati ottenuti da un modello di Registro epidemiologico sviluppato in collaborazione con l'Irccs Burlo Garofolo di Trieste, che si basa sulle schede di dimissione ospedaliera, l'Iss è oggi in grado di fornire stime aggiornate dell'incidenza e prevalenza della malattia, riporta l'istituto in un approfondimento sul suo sito web. Negli ultimi 10 anni sono stati registrati più di 113mila ricoveri incidenti di endometriosi con un tasso di incidenza pari a 0,82 casi per mille donne residenti in età fertile (15-50 anni), con un trend temporale in calo tra il 2013 e il 2019. La diminuzione è ancora più marcata nel 2020, presumibilmente per un ridotto accesso ai servizi sanitari dovuto alla pandemia Covid. Dal 2021 l'incidenza torna ai livelli del 2019, con in media circa 9.300 nuovi casi l'anno e un tasso stabile nel triennio 2021-2023, pari a 0,76 casi per mille. Come atteso, l'incidenza di endometriosi tende ad aumentare con l'età e raggiunge il valore massimo nella fascia 31-35 anni (0,12% a livello nazionale). Il dato per ripartizione geografica mostra un leggero gradiente Nord-Sud del tasso di incidenza, che è generalmente maggiore nelle regioni settentrionali. Nell'ultimo triennio 2021-2023 i tassi sono leggermente più alti nella pa di Bolzano, in Veneto e Sardegna, con più di 1 donna in età fertile su mille alla quale viene diagnosticata l'endometriosi.

L'endometriosi, in particolare il dolore, può avere un enorme impatto sulla qualità della vita, sul funzionamento fisico, sulle attività di tutti i giorni e sulla vita sociale, sulla salute mentale e sul benessere emotivo, evidenzia l'Iss. Tuttavia, la malattia è sotto-diagnosticata e le statistiche indicano che il tempo medio per una diagnosi corretta è di circa 7 anni, per via della natura poco specifica dei sintomi. Ma alcuni studi recenti evidenziano un'incidenza crescente di casi diagnosticati, anche grazie a una maggiore consapevolezza della malattia.

Infine, l'ipotesi di rischio ambientale. "Alcuni approfondimenti preliminari effettuati dall'Iss - si legge - mostrano che il rischio di incidenza di endometriosi potrebbe essere associato alla residenza in aree contaminate da inquinanti persistenti che si bio-accumulano, con potenziale azione di interferenza endocrina, quali i policlorobifenili, le diossine, il piombo e il cadmio. Lo studio si basa su approcci di analisi e mappatura del rischio su base comunale, e suggerisce l'opportunità di attivare sistemi di sorveglianza epidemiologica integrati al monitoraggio ambientale in aree fortemente contaminate".

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