Bassi livelli di vitamina D nel primo trimestre di gravidanza (<40 nmol/L) sarebbero associati a un rischio più elevato di parto pretermine e a una durata media della gestazione più breve. Mentre viene confermato, come evidenziato in un recente studio pubblicato su Nutrients, che lo stato di vitamina D materna nel primo trimestre non è associato a effetti sul peso del neonato. Mentre lo stato della vitamina D nel secondo trimestre non sarebbe associato agli esiti della gravidanza. L’evidenza arriva da uno studio pubblicato su The American Journal of Clinical Nutrition, coordinato da Celeste Beck, della Pennsylvania State University, negli USA.
Di recente, inoltre, uno studio pubblicato su Nutrients ha mostrato che bassi livelli di vitamina D in gravidanza si associano a una accelerazione epigenetica dello sviluppo fetale - superiore rispetto all’età gestazionale effettiva - e a una riduzione dell’altezza, ma non del peso, alla nascita. Secondo la ricerca, dunque, la vitamina D non è solo essenziale per la salute ossea, ma potrebbe svolgere un ruolo chiave nella programmazione epigenetica dello sviluppo fetale.
Dall’analisi è emerso che livelli insufficienti di vitamina D (<50 nmol/L) erano prevalenti nel 20% delle partecipanti, nel primo trimestre di gravidanza. Ogni aumento di 10 nmol/L nel primo trimestre di 25(OH)D era associato a un aumento di 0,05 [intervallo di confidenza (CI) al 95%: 0,01, 0,10] nello z-score lunghezza-età, mentre non vi era associazione con il peso o con la circonferenza cranica. Inoltre, le partecipanti con 25(OH)D nel primo trimestre <40, rispetto a quelle con livelli pari a 80 nmol/L, avevano un rischio 4,35 volte (95% CI: 1,14, 16,55) più alto di andare incontro a parto pretermine. Infine, i livelli di 25(OH)D nel secondo trimestre non erano associati a modelli di crescita fetale o ad esiti della gravidanza.
Fonte:
Beck C. et al., Maternal vitamin D status, fetal growth patterns, and adverse pregnancy outcomes in a multisite prospective pregnancy cohort. American Journal of Clinical Nutrition (2025); 121(2):376-384