L’impiego degli inibitori del cotrasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2) è stato associato, nei trial clinici randomizzati, a un incremento dei livelli di emoglobina ed ematocrito rispetto al placebo. Tuttavia, l’entità di questo effetto e la sua reale rilevanza clinica non sono ancora del tutto chiarite.
Per approfondire questa relazione, un gruppo di ricercatori ha condotto una meta-analisi finalizzata a valutare l’associazione tra l’uso degli inibitori SGLT2 e le variazioni dei livelli di emoglobina, ematocrito e dei principali marcatori del metabolismo del ferro e dell’eritropoiesi, confrontando questi farmaci con placebo o comparatori attivi.
Gli autori hanno effettuato una ricerca sistematica della letteratura nelle banche dati PubMed, Web of Science e Cochrane Central Register of Controlled Trials (CENTRAL), includendo tutti gli studi pubblicati dall’inizio dell’indicizzazione fino al 22 luglio 2026. Sono stati selezionati studi clinici randomizzati, in doppio cieco, che confrontavano un inibitore SGLT2 con placebo o altri trattamenti attivi in pazienti affetti da una o più delle seguenti condizioni: malattia cardiovascolare, diabete, scompenso cardiaco o malattia renale cronica.
L’estrazione dei dati è stata effettuata indipendentemente da tre revisori e i risultati sono stati combinati mediante meta-analisi a effetti casuali. Gli endpoint primari erano rappresentati dalle variazioni di emoglobina ed ematocrito, mentre gli endpoint secondari includevano le modifiche della concentrazione eritrocitaria, dell’eritropoietina (EPO) e di diversi parametri del metabolismo del ferro, tra cui ferro sierico, ferritina, saturazione della transferrina ed epcidina.
Complessivamente sono stati analizzati 85 studi clinici randomizzati, con una durata mediana di 24 settimane (intervallo interquartile 12-32 settimane), per un totale di 70.543 partecipanti. L’età media era di 62,4 anni e il 35,9% della popolazione era costituito da donne. Al basale, i pazienti presentavano un livello medio di emoglobina pari a 13,6 g/dL e un ematocrito medio del 41,5%.
Tra gli studi inclusi, 78 trial, comprendenti 67.208 partecipanti, confrontavano gli inibitori SGLT2 con placebo, mentre 7 studi, per un totale di 3.335 soggetti, utilizzavano comparatori attivi, il più frequente dei quali era sitagliptin.
L’analisi ha evidenziato che, dal basale al follow-up, l’emoglobina è aumentata in media di 0,55 g/dL (IC 95% 0,49-0,61; P<0,001) nei pazienti trattati con un inibitore SGLT2, mentre nel gruppo di controllo è stata osservata una riduzione di 0,08 g/dL (IC 95% da -0,13 a -0,03; P=0,003). La differenza complessiva tra i gruppi è risultata pari a 0,60 g/dL (IC 95% 0,55-0,66; P<0,001).
Risultati analoghi sono emersi per l’ematocrito. Nei soggetti trattati con un inibitore SGLT2, questo parametro è aumentato del 2,17% rispetto ai valori iniziali (IC 95% 1,95%-2,39%; P<0,001), mentre nel gruppo di controllo è rimasto sostanzialmente stabile, con una variazione pari a -0,13% (IC 95% da -0,28% a 0,01%; P=0,07). La differenza tra i gruppi ha raggiunto il 2,36% (IC 95% 2,19%-2,52%; P<0,001).
Anche alcune misure secondarie hanno mostrato associazioni significative con il trattamento. Dei sei endpoint secondari analizzati, quattro hanno evidenziato differenze statisticamente significative a favore degli inibitori SGLT2. In particolare, è stato osservato un incremento dei livelli di eritropoietina, pari a 2,35 mIU/mL nel gruppo trattato contro 0,04 mIU/mL nel gruppo di controllo, con una differenza media di 2,11 mIU/mL (IC 95% 0,5-3,71; P=0,01). Parallelamente, la saturazione della transferrina si è ridotta maggiormente nei pazienti in terapia con un inibitore SGLT2 (-2,2%) rispetto ai controlli (-0,10%), con una differenza media tra i gruppi di -0,84% (IC 95% da -1,21% a -0,47%; P<0,001).
Secondo gli autori, questi risultati indicano che l’impiego degli inibitori SGLT2 è associato a incrementi modesti ma statisticamente significativi di emoglobina ed ematocrito rispetto ai gruppi di controllo. Tuttavia, nonostante la solidità dei dati derivanti da un ampio numero di studi randomizzati, il significato clinico di tali variazioni rimane ancora incerto e richiederà ulteriori approfondimenti per essere pienamente compreso.
JAMA. 2026 Oct 24:e2619921. doi: 10.1001/jama.2026.19921.
https://pubed.ncbi.nlm.nih.gov/42925557/