La ricerca farmacologica esplora nuove strategie per il controllo dell’appetito e la gestione dell’obesità nella sindrome di Prader-Willi: tra le molecole di interesse figurano semaglutide, agonista del recettore GLP-1, e setmelanotide, che agisce sui meccanismi biologici coinvolti nella regolazione della fame e del senso di sazietà. Le evidenze disponibili nella sindrome sono ancora limitate e derivano prevalentemente da casi clinici e piccole casistiche; sono necessari studi più ampi e di lunga durata per chiarirne efficacia e sicurezza. È quanto emerge dal IX Congresso Nazionale della Federazione Italiana Prader-Willi, organizzato dal Centro Nazionale Malattie Rare dell’ISS in collaborazione con la Federazione Italiana Prader-Willi e con UNIAMO.
La sindrome di Prader-Willi è una rara malattia genetica congenita che si manifesta con obesità, diminuzione del tono muscolare, appetito insaziabile (iperfagia), mani e piedi piccoli e caratteristiche facciali tipiche. La malattia richiede un approccio assistenziale multidisciplinare e continuativo lungo tutto l’arco della vita. Dal 2001 a oggi, le segnalazioni di nuovi casi pervenute al Registro nazionale delle malattie rare sono state 1.091, con una media di circa 36 l’anno a partire dal 2017. A ottobre 2026, il Registro di patologia, attivo dal 2019 sulla piattaforma RegistRare dell’ISS, raccoglie i dati di 583 persone con sindrome di Prader-Willi, grazie alla partecipazione di 18 centri clinici italiani.
“Le persone non sono soltanto destinatarie della ricerca e dell’assistenza, ma portatrici di conoscenze ed esperienze essenziali per individuare i bisogni ancora senza risposta, definire le priorità e valutare gli esiti realmente significativi nella vita quotidiana. Il Registro deve quindi essere uno strumento costruito non soltanto sulle persone, ma sempre più con le persone, attraverso un’alleanza fondata sulla partecipazione, sulla fiducia, sulla trasparenza e sulla restituzione dei risultati alla comunità”, afferma Paola Torreri, del Centro Nazionale Malattie Rare dell’ISS.
Sul fronte terapeutico, la gestione dell’iperfagia e dell’obesità rimane una delle principali sfide cliniche. Tra gli agonisti del recettore GLP-1, la semaglutide, già utilizzata nel trattamento dell’obesità e del diabete di tipo 2, ha mostrato nelle persone con sindrome di Prader-Willi possibili benefici sul peso corporeo e sul controllo metabolico, ma con risposte variabili e su casistiche ancora ridotte. La setmelanotide, autorizzata nell’Unione Europea per alcune forme rare di obesità genetica e ipotalamica, non è attualmente indicata per la sindrome di Prader-Willi e rimane in fase di studio per questa indicazione.
La qualità della vita non dipende però soltanto dal controllo del peso. Ansia, rigidità comportamentale, comportamenti compulsivi, difficoltà nella regolazione delle emozioni e crisi comportamentali possono incidere sull’autonomia personale, sulle relazioni affettive, sulla partecipazione sociale e sull’equilibrio familiare. La prevenzione e la gestione di queste difficoltà richiedono interventi personalizzati che coinvolgano famiglie, professionisti sanitari, servizi sociali e contesti educativi.
Trasversale all’intero congresso è stata la sottolineatura del ruolo attivo delle persone con la sindrome e delle loro famiglie. “Le persone non possono essere considerate soltanto destinatarie delle cure e dei servizi, ma devono poter partecipare alle decisioni che riguardano la propria salute e il proprio Progetto di Vita, esprimendo bisogni, preferenze e aspettative”, ha dichiarato il presidente dell’ISS Rocco Bellantone.
“Anche la ricerca ha bisogno della loro esperienza per individuare le priorità realmente rilevanti e valutare non soltanto gli esiti clinici, ma anche l’impatto degli interventi sulla vita quotidiana, sull’autonomia e sul benessere complessivo della persona”, ha concluso Maria Luisa Scattoni, direttore del Centro Nazionale Malattie Rare.