Alla vigilia della giornata mondiale dell'Alzheimer che si celebra il 21 settembre, la Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio – SIGOT rilancia l’appello per non soffermarsi più soltanto diagnosi e assistenza a malattia è già conclamata, ma di mettere maggiore attenzione nell’identificazione precoce del rischio, la prevenzione della fragilità cognitiva, la cura geriatrica, sostegno ai caregiver e integrazione tra ricerca, territorio e servizi.
In Italia un’Italia che invecchia (al 25,1% della popolazione over 65 e i 2,5 milioni di persone over 85) le demenze rappresentano una delle principali sfide sanitarie, sociali e familiari coinvolgendo circa 1,1 milioni di persone, a cui si aggiungono 900mila cittadini con Mild Cognitive Impairment e circa 4 milioni di caregiver. La persona con demenza è spesso un anziano fragile, con più patologie, terapie multiple, bisogni clinici, funzionali, psicologici e sociali. La Giornata Mondiale dell’Alzheimer arriva in una fase istituzionale importante: il 21 settembre il Ministero della Salute presenta le prospettive verso il nuovo Piano Nazionale Demenze, insieme alla campagna nazionale di informazione. Il Fondo per l’Alzheimer e le demenze per il triennio 2024-2026 dispone di oltre 34 milioni di euro destinati a Regioni, Province autonome e ISS per attività progettuali, rafforzamento dei servizi, formazione, diagnosi, telemedicina e sostegno alla rete.
Negli ultimi anni i nuovi anticorpi monoclonali anti-amiloide hanno aperto una fase importante nella ricerca sull’Alzheimer. I primi risultati, tuttavia, hanno imposto prudenza: benefici clinici ancora contenuti, possibili effetti collaterali, costi elevati e complessità organizzativa legata alla selezione dei pazienti e al monitoraggio. In Italia, la Commissione Scientifica ed Economica del Farmaco dell’AIFA ha confermato la non ammissione alla rimborsabilità di alcuni di questi anticorpi monoclonali, ma la ricerca non si è fermata: l’attenzione si sta spostando verso le fasi molto precoci della malattia quando il danno funzionale non è ancora evidente e l’intervento potrebbe risultare più efficace.
Accanto alla ricerca farmacologica e diagnostica, cresce il peso della prevenzione. La demenza non è sempre un destino inevitabile legato all’età: una quota rilevante di casi può essere prevenuta o ritardata intervenendo sui fattori di rischio modificabili lungo tutto il corso della vita. La Lancet Commission on dementia prevention, intervention and care ha indicato 14 fattori di rischio modificabili: bassa scolarità, perdita uditiva, ipertensione, fumo, obesità, depressione, inattività fisica, diabete, isolamento sociale, consumo eccessivo di alcol, trauma cranico, inquinamento, colesterolo elevato e perdita visiva. Secondo la Commissione, agire su questi fattori potrebbe prevenire o ritardare fino al 45% dei casi di demenza.
Una delle novità più rilevanti riguarda lo sviluppo dei biomarcatori plasmatici, test su sangue capaci di supportare l’identificazione dei segni biologici della malattia anche in fasi iniziali. Si tratta di strumenti che potranno aiutare a selezionare meglio i pazienti da indirizzare verso approfondimenti più complessi.
“Oggi abbiamo più strumenti per riconoscere il rischio, intervenire prima e accompagnare meglio pazienti e famiglie – sottolinea Luca Cipriani, Presidente SIGOT –La valutazione multidimensionale geriatrica è lo strumento necessario per affiancare la diagnosi precoce a una rapida presa in carico, al fine di intercettare la fragilità prima che diventi disabilità. I nuovi farmaci hanno aperto una strada, ma serve un lavoro di prevenzione, diagnosi precoce e costruzione di servizi capaci di accompagnare la persona”.
“Il nuovo Piano Nazionale Demenze deve essere l’occasione per trasformare le conoscenze scientifiche in percorsi realmente accessibili – conclude il Prof. Lorenzo Palleschi, Past President SIGOT – La diagnosi precoce ha senso solo se dopo la diagnosi esistono presa in carico, continuità assistenziale, sostegno ai caregiver, integrazione tra Centri, medicina generale, territorio, ospedale e servizi sociali. In questo percorso, la geriatria può supportare nel leggere il paziente nella sua complessità”.