L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) chiarisce che l’iter di valutazione sulla rimborsabilità degli anticorpi monoclonali anti-Alzheimer, tra cui lecanemab e donanemab, è ancora in corso e non si è concluso con una decisione definitiva. L’Agenzia precisa che eventuali pareri intermedi della Commissione scientifica ed economica (Cse) potranno essere oggetto di rivalutazione e che l’esito sarà comunicato solo al termine della procedura.
Nel frattempo, si moltiplicano le prese di posizione di clinici e associazioni di pazienti. «Il parere negativo sulla rimborsabilità sarebbe pesante per famiglie e Servizio sanitario nazionale», afferma Federica Agosta, neurologa dell’Irccs San Raffaele di Milano, sottolineando come si tratti di una malattia «grave e progressiva» con impatto rilevante anche sul piano assistenziale ed economico. Secondo la specialista, i dati disponibili indicano un beneficio nel lungo termine, con una riduzione del rischio di progressione della malattia fino al 30% a tre-quattro anni nei pazienti trattati.
Sul fronte della sicurezza, Agosta evidenzia che gli effetti avversi, tra cui le anomalie di imaging correlate all’amiloide (Aria), risultano gestibili nella pratica clinica, con frequenze inferiori a quelle osservate nei trial. «La terapia è maneggevole e il rapporto beneficio-rischio è favorevole in relazione alla gravità della malattia», afferma.
La questione riguarda anche l’organizzazione del sistema. In Italia circa 50 centri si sono già strutturati per l’utilizzo di queste terapie attraverso programmi di uso compassionevole. «Il sistema si sta adattando per accogliere l’innovazione», osserva la neurologa, che richiama il rischio di un «effetto boomerang» in termini di attrattività per studi clinici e investimenti.
Preoccupazione arriva anche dalle associazioni dei pazienti. «Se non verrà riconosciuta la rimborsabilità, si rischia di trasformare l’Alzheimer in una malattia per ricchi», afferma Patrizia Spadin, presidente dell’Associazione italiana malattia di Alzheimer (Aima), evidenziando il rischio di disuguaglianze nell’accesso alle cure. L’associazione sottolinea inoltre come l’introduzione delle nuove terapie potrebbe rappresentare un’opportunità per rafforzare la rete di presa in carico, oggi considerata non adeguata ai bisogni.
Il nodo resta quindi aperto, in attesa della decisione finale dell’Aifa, prevista nei prossimi giorni, mentre il confronto tra istituzioni, clinici e stakeholder si concentra sul bilanciamento tra sostenibilità economica, benefici clinici e accesso equo alle nuove opzioni terapeutiche.