L’insonnia interessa tra 12 e 13,4 milioni di adulti in Italia e rappresenta una condizione clinica associata a iperattivazione cerebrale persistente e aumento del rischio psichiatrico. È quanto emerge dalle evidenze neurobiologiche più recenti, che ridefiniscono il disturbo del sonno non più come sintomo secondario ma come entità autonoma e biologicamente misurabile.
In Italia circa un adulto su quattro riferisce disturbi del sonno, mentre il 10-15% presenta insonnia cronica. La condizione risulta più frequente nelle donne, che rappresentano il 60-70% dei casi, con maggiore concentrazione nella fascia di età tra 45 e 65 anni. L’impatto economico stimato supera i 14 miliardi di euro annui.
Negli ultimi anni le neuroscienze hanno progressivamente descritto l’insonnia come un disturbo caratterizzato da uno stato di iperattivazione persistente, definito hyperarousal. Nei pazienti insonni, durante le ore notturne, alcune aree cerebrali coinvolte nella regolazione emotiva, tra cui amigdala e corteccia prefrontale, mostrano livelli di attività superiori alla norma. Parallelamente, i circuiti talamo-corticali deputati alla transizione tra veglia e sonno risultano meno sincronizzati e i sistemi limbici mantengono uno stato di attivazione.
A questo quadro si associa una ridotta modulazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, con secrezione di cortisolo non adeguatamente ridotta nelle ore notturne. Il risultato è un sistema nervoso che permane in stato di vigilanza, con difficoltà ad avviare e mantenere il sonno fisiologico.
«L’insonnia non è semplicemente la mancanza di sonno — spiega Alessandro Cuomo, professore associato di Psichiatria all’Università di Siena — ma una disfunzione neurobiologica caratterizzata da alterata regolazione dei circuiti cortico-limbici e dei sistemi che controllano il ritmo sonno-veglia. Oggi possiamo misurarla e riconoscerla come un biomarcatore dinamico anticipatore di vulnerabilità psichiatrica».
Sul piano clinico, uno dei dati più rilevanti riguarda l’associazione con la salute mentale. L’insonnia cronica aumenta infatti di due-tre volte il rischio di sviluppare depressione maggiore e, in numerosi casi, precede l’esordio del disturbo dell’umore. «Molti pazienti arrivano all’osservazione clinica non perché si sentano depressi, ma perché non dormono più», osserva Cuomo. «Dormire meno di sei ore per periodi prolungati comporta alterazioni dei circuiti della memoria emotiva, incremento dell’infiammazione sistemica e maggiore vulnerabilità allo stress».
Il sonno svolge un ruolo attivo nei processi di regolazione neurobiologica. Durante la notte si verificano riorganizzazione delle connessioni sinaptiche, modulazione delle emozioni e riduzione del carico di attivazione accumulato nella veglia. La compromissione di questi processi contribuisce al mantenimento dello stato di iperattivazione.
Tra i meccanismi coinvolti è stato evidenziato il ruolo del sistema dell’orexina, responsabile del mantenimento dello stato di veglia. Una sua iperattività aumenta la soglia di transizione al sonno e contribuisce alla persistenza dei sintomi. In questo contesto, la semplice sedazione farmacologica non coincide con il ripristino del sonno fisiologico.
«L’obiettivo non è spegnere il cervello con un farmaco, ma ristabilire l’equilibrio dei circuiti che regolano attivazione e riposo», sottolinea Cuomo. «La medicina del sonno sta evolvendo verso interventi mirati ai meccanismi di iperattivazione e al recupero dell’architettura naturale del sonno».
Le evidenze disponibili suggeriscono quindi che l’insonnia possa rappresentare un indicatore precoce di vulnerabilità psichiatrica e cognitiva. Il riconoscimento tempestivo e l’intervento mirato potrebbero contribuire non solo al miglioramento del sonno ma anche alla prevenzione di disturbi dell’umore e al mantenimento della salute cognitiva nel lungo periodo.
Beatrice Curci