Un nuovo studio dell'Università di Toronto ha identificato un potenziale biomarcatore in grado di rilevare quali pazienti stanno progredendo verso le forme più gravi di sclerosi multipla. La ricerca, pubblicata su Nature Immunology e validata sia in modelli murini che in tessuti umani, dimostra che un elevato rapporto tra CXCL13 e BAFF indica la presenza di infiammazione compartimentalizzata nelle leptomeningi, caratteristica distintiva della sclerosi multipla progressiva.
Circa il 10% dei pazienti riceve inizialmente una diagnosi di sclerosi multipla (SM) progressiva, caratterizzata da un peggioramento graduale dei sintomi e da una crescente disabilità nel tempo. Inoltre, i pazienti inizialmente diagnosticati con la forma recidivante-remittente, la più comune, possono successivamente sviluppare SM progressiva. Una delle sfide principali nella gestione della SM progressiva è l'assenza di strumenti affidabili per identificare quali pazienti stanno effettivamente progredendo verso forme più severe della malattia.
Per comprendere i meccanismi alla base della SM progressiva, i ricercatori hanno sviluppato un nuovo modello murino che replica il danno alla sostanza grigia cerebrale osservato nei pazienti con SM progressiva. Una caratteristica distintiva di questo danno è l'infiammazione compartimentalizzata nelle leptomeningi.
Utilizzando questo modello, il team ha osservato un aumento di circa 800 volte di un segnale immunitario chiamato CXCL13 e una significativa riduzione dei livelli di un'altra proteina immunitaria denominata BAFF. Trattando questi topi con inibitori della BTK (tirosin-chinasi di Bruton) – farmaci attualmente in fase di sperimentazione clinica per la SM progressiva – i ricercatori hanno mappato un circuito cerebrale responsabile del danno alla sostanza grigia e dell'infiammazione, scoprendo che gli inibitori della BTK ripristinavano i livelli di CXCL13 e BAFF a quelli osservati nei topi sani. Questi risultati hanno portato i ricercatori a ipotizzare che il rapporto tra CXCL13 e BAFF potesse fungere da marcatore surrogato per l'infiammazione leptomeningea.
Per verificare la validità delle loro scoperte nell'uomo, i ricercatori hanno misurato il rapporto CXCL13/BAFF in tessuti cerebrali post-mortem di persone affette da SM e nel liquido cerebrospinale di una coorte di pazienti viventi con SM. In entrambi i casi, un elevato rapporto CXCL13/BAFF è risultato associato a una maggiore infiammazione compartimentalizzata nel cervello.
Un potenziale biomarcatore che segnala quando un paziente sta sperimentando la cosiddetta 'infiammazione compartimentalizzata' nel sistema nervoso centrale potrebbe avere profonde implicazioni per lo sviluppo di terapie mirate.
Finora, gli inibitori della BTK hanno mostrato risultati contrastanti negli studi clinici su pazienti con SM. "Abbiamo farmaci immunomodulatori efficaci per la fase recidivante-remittente della malattia", spiega Valeria Ramaglia, autrice dello studio. "Ma per la SM progressiva, il panorama è completamente diverso. Non disponiamo di terapie efficaci".
"Se riuscissimo a utilizzare questo rapporto come indicatore per identificare quali pazienti dovrebbero essere trattati con un farmaco che colpisce l'infiammazione leptomeningea, questo può rivoluzionare il modo in cui conduciamo gli studi clinici e come trattiamo i pazienti", sottolinea Ramaglia.
I ricercatori stanno attualmente collaborando con le aziende farmaceutiche coinvolte nei trial degli inibitori della BTK per verificare se i partecipanti che hanno risposto meglio ai farmaci presentassero effettivamente rapporti elevati di CXCL13/BAFF e determinare se il biomarcatore possa predire chi svilupperà SM progressiva in futuro, aprendo la strada a interventi terapeutici precoci e personalizzati.