Un recente studio ha analizzato le caratteristiche cliniche e le comorbilità dei pazienti con sindrome di Cushing (CS) e con secrezione autonoma di cortisolo lieve (MACS), con l’obiettivo di chiarire il grado di sovrapposizione tra queste due condizioni e le implicazioni diagnostiche e terapeutiche.
La sindrome di Cushing rappresenta una patologia complessa, gravata da un’elevata morbilità e mortalità, in particolare di tipo cardiovascolare. Uno degli aspetti più critici nella sua gestione è il ritardo diagnostico, che in media raggiunge i 34 mesi, con un impatto negativo significativo sulla qualità della vita dei pazienti. Nonostante lo sviluppo di strategie di screening mirate e di punteggi clinici, l’identificazione precoce della malattia rimane difficoltosa.
Negli ultimi anni, particolare attenzione è stata rivolta alla MACS, frequentemente riscontrata nei pazienti con incidentaloma surrenalico. Sebbene questa condizione non presenti i segni clinici e biochimici dell’ipercortisolismo franco, numerosi studi hanno dimostrato un aumento del rischio cardiovascolare, suggerendo che CS e MACS possano rappresentare estremi di un unico spettro di ipercortisolismo, piuttosto che entità nettamente distinte.
Lo studio condotto nell’ambito del registro tedesco del Cushing ha valutato retrospettivamente dati raccolti in modo prospettico tra il 2012 e il 2023. Sono stati inclusi 129 pazienti con diagnosi di CS (85 forme ipofisarie, 32 surrenaliche e 12 ectopiche) e 48 pazienti con incidentaloma surrenalico e test di Nugent positivo, compatibile con MACS. In entrambi i gruppi sono stati analizzati 12 segni clinici tipici dell’ipercortisolismo e 16 comorbilità associate, oltre a un punteggio validato di gravità clinica in un sottogruppo di pazienti.
I risultati mostrano che l’aumento di peso è il segno clinico più frequente, presente nella maggioranza dei pazienti con CS e in circa la metà di quelli con MACS. Come atteso, i segni clinici risultano più numerosi e marcati nelle forme ectopiche di CS, ma una quota non trascurabile di pazienti con MACS presenta comunque manifestazioni cliniche sovrapponibili, seppur meno numerose. In particolare, fino al 25% dei pazienti con MACS mostrava alcuni segni tipici della CS, come miopatia o alterazioni cutanee. Sul piano delle comorbilità, ipertensione, dislipidemia, diabete mellito, depressione e osteoporosi erano altamente prevalenti in entrambi i gruppi, confermando che anche un ipercortisolismo lieve ha conseguenze clinicamente rilevanti. Alla diagnosi, la maggior parte dei pazienti con MACS presentava almeno due comorbilità significative.
L’analisi della gravità clinica ha evidenziato punteggi medi più elevati nei pazienti con CS rispetto ai MACS, ma con ampie aree di sovrapposizione: una quota rilevante di pazienti con MACS rientrava nelle categorie di gravità lieve o moderata, analogamente a una parte dei pazienti con CS ipofisaria. Non sono emerse correlazioni significative tra gravità biochimica dell’ipercortisolismo, numero di segni clinici e tempo alla diagnosi, suggerendo il ruolo di fattori individuali, come età e sensibilità ai glucocorticoidi.
Secondo gli autori, questi dati rafforzano l’ipotesi che CS e MACS rappresentino un continuum clinico e biochimico, piuttosto che condizioni nettamente separate. Questa sovrapposizione può complicare la diagnosi e influenzare le decisioni terapeutiche, considerando che la CS viene generalmente trattata in modo attivo, mentre la MACS è spesso gestita in maniera conservativa. Tuttavia, l’elevata prevalenza di comorbilità nei pazienti con MACS suggerisce la necessità di una rivalutazione critica dell’approccio terapeutico, in linea con le raccomandazioni delle linee guida europee.
Alla luce di queste evidenze, la semplice assenza di segni clinici evidenti non dovrebbe escludere la diagnosi di CS, né giustificare automaticamente un atteggiamento attendista nei confronti della MACS. Una valutazione globale del paziente, che integri dati clinici, biochimici e il carico di comorbilità, appare fondamentale per una gestione realmente personalizzata e per identificare i pazienti che potrebbero beneficiare di un trattamento più aggressivo, inclusa la chirurgia surrenalica.
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