Le iperintensità della sostanza bianca rilevabili alla risonanza magnetica cerebrale si associano nella SLA a una maggiore gravità clinica e a una sopravvivenza più breve. Lo documenta uno studio pubblicato su Brain dai ricercatori dell’IRCCS Istituto Auxologico Italiano e dell’Università degli Studi di Milano, che per la prima volta mette in relazione sistematica queste alterazioni del microcircolo cerebrale con la progressione e la prognosi della sclerosi laterale amiotrofica.
La SLA è una malattia neurodegenerativa a decorso estremamente variabile: in alcuni pazienti progredisce rapidamente, in altri ha un’evoluzione più lenta, e i meccanismi biologici alla base di questa eterogeneità restano in larga parte non chiariti. Negli ultimi anni la ricerca sulla sclerosi latrale amiotrofica si è concentrata, piuttosto che sul solo ruolo dei motoneuroni, sul ruolo dell’ambiente perinevrale, in particolare dei piccoli vasi sanguigni che irrorano i motoneuroni stessi.
I ricercatori hanno analizzato le RM cerebrali di 399 pazienti con SLA, valutando la presenza e l’estensione delle iperintensità della sostanza bianca, alterazioni tradizionalmente associate all’invecchiamento e ai fattori di rischio vascolare, correlando questi parametri con gli indici di gravità clinica, la compromissione cognitiva e la sopravvivenza. I pazienti con una maggiore presenza di queste alterazioni presentavano difficoltà motorie e cognitive più marcate e stadi più avanzati di malattia; quelli con alterazioni particolarmente evidenti in specifiche regioni cerebrali mostravano una sopravvivenza più breve, anche dopo correzione per gli altri fattori prognostici noti.
“L’aspetto particolarmente interessante è che abbiamo utilizzato immagini di risonanza magnetica come quelle che vengono già acquisite nella normale valutazione neurologica”, sottolinea il dott. Alessio Maranzano, autore dello studio. “Abbiamo scoperto che alterazioni spesso considerate soprattutto una conseguenza dell’età o dei comuni fattori di rischio vascolare possono fornire informazioni rilevanti anche nel contesto della SLA. La loro associazione con la compromissione motoria, le difficoltà cognitive e la sopravvivenza suggerisce che meritino maggiore attenzione. Il prossimo passo sarà capire se queste osservazioni possano aiutarci, in futuro, a caratterizzare più accuratamente i diversi profili di malattia”.
“Siamo abituati a pensare alla SLA come a una malattia che colpisce principalmente i neuroni responsabili del movimento. Questo studio ci ricorda che i neuroni non vivono isolati: la loro salute dipende anche dall’ambiente che li circonda, compresi i piccoli vasi sanguigni. Il fatto che alcune alterazioni cerebrali associate alla sofferenza dei piccoli vasi siano collegate alla gravità della malattia e alla sopravvivenza suggerisce che la componente vascolare possa contribuire a spiegare, almeno in parte, perché la SLA abbia un decorso così diverso da paziente a paziente. Non abbiamo dimostrato un rapporto di causa ed effetto, ma individuato un elemento che potrebbe aiutarci a comprendere meglio i meccanismi della malattia”, aggiunge il prof. Nicola Ticozzi, Direttore dell’Unità Operativa di Neurologia dell’Auxologico e Professore Associato di Neurologia all’Università degli Studi di Milano.
La ricerca si inserisce nel progetto Dipartimenti di Eccellenza 2023-2027 del Ministero dell’Università e della Ricerca, dedicato allo studio delle alterazioni del microcircolo e coordinato dal Dipartimento di Fisiopatologia Medico-Chirurgica e dei Trapianti dell’Università di Milano. “I risultati pubblicati su Brain rappresentano un esempio concreto del valore di un interdisciplinare applicato allo studio della SLA”, conclude Flora Peyvandi, direttrice del Dipartimento.