Un farmaco utilizzato da quasi trent'anni nel trattamento di alcuni tumori del sangue potrebbe offrire una nuova prospettiva alle donne con insufficienza ovarica primaria autoimmune, una condizione che comporta la perdita della funzione ovarica prima dei 40 anni e che spesso causa infertilità. È quanto emerge da uno studio pilota pubblicato su NEJM Evidence, che ha valutato l'impiego del faemaco rituximab in dieci giovani donne con insufficienza ovarica primaria di origine autoimmune. In queste pazienti il sistema immunitario aveva distrutto erroneamente i follicoli ovarici contenenti gli ovociti.
Prima del trattamento nessuna delle partecipanti aveva risposto alla stimolazione ormonale. Quattro-sei mesi dopo la somministrazione di rituximab, sei donne hanno invece sviluppato follicoli che hanno consentito il recupero degli ovociti. In cinque casi gli ovociti maturi sono stati congelati o fecondati e tre pazienti, dopo il successivo trasferimento dell'embrione, hanno dato alla luce bambini sani. Secondo gli autori, i risultati suggeriscono che, in alcune pazienti, possa essere ancora presente una riserva ovarica riattivabile una volta controllato il processo autoimmune. Per motivi di sicurezza il trasferimento degli embrioni è stato effettuato non prima di un anno dal trattamento. È stato inoltre segnalato un evento avverso grave, attribuito alla stimolazione ormonale e non all'immunoterapia.
I ricercatori sottolineano che saranno necessari studi più ampi per confermare l'efficacia e la sicurezza dell'approccio terapeutico. Uno studio di dimensioni maggiori è già in corso.
https://evidence.nejm.org/doi/full/10.1056/EVIDoa2500303
Cristoforo Zervos