Il recente editoriale pubblicato su Nature Medicine intitolato “Neurodegenerative diseases need more mechanism-informed trials” offre numerosi spunti di riflessione per tutti coloro che si occupano di ricerca clinica nell’ambito delle malattie neurodegenerative. L’articolo parte dai recenti fallimenti di semaglutide e posdinemab nei trial sui pazienti affetti da malattia di Alzheimer.
La ricerca clinica sulle malattie neurodegerative è caratterizzata da una enorme complessità fisiopatologica, che sempre più sta andando oltre la classica visione “proteino-centrica” e arriva a comprendere diverse vie patogenetiche che vanno dalle interazioni neuro-immunitarie, alla senescenza, alla disfunzione vascolare, e così via.
Finora è prevalsa la tendenza a testare interventi clinici senza una piena comprensione meccanicistica del target, del timing ottimale e della popolazione bersaglio. Tale assenza di comprensione rappresenta il motivo principale del fallimento di numerosi trial clinici.
Nell’editoriale si prendono in considerazione numerosi aspetti per cercare di andare oltre queste limitazioni. In primo luogo, si ribadisce la necessità di dimostrare che il target agisca a monte del danno irreversibile, garantendo che la sua modulazione abbia un valore terapeutico se applicata al momento giusto. Troppo spesso, i trial si concentrano su processi patologici in stadi avanzati, quando il danno è già consolidato e non più modificabile.
Inoltre, si insiste sull’importanza di validare i meccanismi in sistemi umani, superando la dipendenza da modelli animali che spesso non replicano la complessità della malattia nell’uomo. A tale scopo, gli avanzamenti in genomica, nell’utilizzo dei biomarcatori fluidi e di neuroimaging offrono oggi strumenti sempre più validi per studiare questi meccanismi direttamente nell’uomo in vivo.
Un altro aspetto critico è la scelta dei biomarcatori. Spesso i trial utilizzano endpoint convenienti o tecnicamente maturi piuttosto che biomarcatori che riflettono realmente il processo biologico su cui si interviene. Questo può portare a risultati ambigui, dove un fallimento non indica necessariamente l’inefficacia del farmaco, ma piuttosto una mancata corrispondenza tra il meccanismo studiato e gli strumenti usati per misurarlo.
L’editoriale si conclude con una riflessione che è chiara e condivisibile: il progresso non dipende dal condurre più trial più velocemente, ma dal condurre trial migliori, basati su una solida evidenza meccanicistica. Solo così si potranno evitare i fallimenti costosi e non informativi che hanno caratterizzato la ricerca clinica finora e che, alla lunga, rischiano di minare la fiducia dei pazienti e delle famiglie nella ricerca.
Nell’editoriale, si conclude parlando di "minimum mechanistic threshold before clinical testing" in relazione all’approccio necessario per superare lo stallo attuale. La minima soglia di comprensione della biologia sottostante la progressione della neurodegenerazione deve necessariamente precedente la fase della sperimentazione clinica. Solo così i trial potranno essere efficaci e realmente interpretabili, pituttosto che semplicemente “rapidi”.
Domenico Plantone