Il trattamento del diabete di tipo 1 deve puntare non solo al controllo della glicemia ma al ripristino di una regolazione metabolica quanto più possibile fisiologica, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dall’insulina. È il cambio di prospettiva indicato in un editoriale pubblicato su The Lancet da Lorenzo Piemonti, direttore del Diabetes Research Institute dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.
Negli ultimi decenni la malattia è passata da una condizione associata a elevata mortalità precoce a una patologia cronica gestibile grazie all’insulina intensiva, ai sistemi di monitoraggio continuo della glicemia e ai dispositivi di infusione automatizzata. Nonostante questi progressi, spiegano gli autori, nelle persone con diabete di tipo 1 persiste un eccesso di mortalità e di rischio cardiovascolare rispetto alla popolazione generale.
Secondo l’editoriale, questi esiti sono in parte legati agli effetti biologici a lungo termine delle fasi iniziali di iperglicemia, descritti come una forma di “memoria metabolica ed epigenetica” che mantiene uno stato di vulnerabilità infiammatoria e vascolare.
Con l’aumento dell’aspettativa di vita delle persone con diabete di tipo 1, inoltre, il peso della malattia tende a spostarsi verso altre condizioni croniche, tra cui declino cognitivo, depressione, infezioni e tumori. A questo si aggiunge il carico quotidiano della gestione terapeutica, che richiede ai pazienti decisioni continue su dosi e tempi dell’insulina.
Per gli autori, ulteriori riduzioni della sola emoglobina glicata (HbA1c) non si traducono necessariamente in benefici proporzionali sugli esiti clinici a livello di popolazione. La nuova frontiera diventa quindi il raggiungimento di una “resilienza fisiologica”, cioè una condizione di stabilità metabolica ottenuta attraverso il ripristino di meccanismi di regolazione endogena, la riduzione della variabilità glicemica e il contenimento dello stress infiammatorio.
Tra le strategie allo studio figurano gli approcci di sostituzione delle cellule beta, come il trapianto di pancreas o di isole pancreatiche e gli impianti derivati da cellule staminali. In questa prospettiva, suggerisce l’editoriale, l’efficacia delle nuove terapie dovrebbe essere valutata non solo sulla base dell’HbA1c media ma anche considerando altri indicatori clinici, tra cui la durata dell’effetto terapeutico, la sicurezza, la preservazione del C-peptide, il tempo trascorso nel range glicemico ottimale e gli esiti riferiti dai pazienti.
Secondo il comunicato della Società Italiana di Diabetologia (SID) che accompagna la pubblicazione, la prospettiva indicata dall’editoriale mira a restituire alle persone con diabete una vita il più possibile normale, riducendo il peso della gestione quotidiana della malattia.
«La medicina è riuscita a prolungare la vita delle persone con diabete di tipo 1. Oggi dobbiamo trovare il modo di restituire loro la pienezza della vita. Libertà significa poter dormire senza paura di una crisi ipoglicemica. Significa lavorare, viaggiare, fare sport senza dover fare calcoli continui. Significa non dover pensare alla malattia ogni minuto e al terrore delle ipoglicemie», afferma Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia.
«La SID rinnova il proprio impegno affinché ricerca, innovazione e politiche sanitarie convergano tutte in questa direzione: garantire alle persone con diabete di tipo 1 non solo più anni di vita, ma riempire di vita tutto il tempo guadagnato», conclude Buzzetti.