Un programma di screening e presa in carico mirata degli uomini a rischio di osteoporosi ha mostrato risultati positivi in termini di adesione agli esami, avvio delle terapie e mantenimento del trattamento. Lo evidenzia uno studio randomizzato a cluster condotto nei Veterans Affairs (VA) Health Systems statunitensi e pubblicato su JAMA Internal Medicine.
Il modello sperimentato, guidato da infermieri specializzati con supporto di un sistema elettronico di individuazione dei fattori di rischio, ha coinvolto oltre 3.100 veterani tra 65 e 85 anni. L’intervento prevedeva valutazione dei rischi (tra cui patologie croniche, uso prolungato di glucocorticoidi o terapia di deprivazione androgenica), invito alla densitometria DXA e, nei casi idonei, prescrizione di farmaci anti-osteoporotici, vitamina D e calcio.
Nel gruppo sottoposto all’intervento, il tasso di screening è stato del 49,2% contro il 2,3% del gruppo con cure abituali. Tra i pazienti per i quali era raccomandata una terapia, l’84,4% ha iniziato il trattamento, con un’aderenza elevata (91,7% dei giorni coperti in media). Dopo due anni, si è osservato anche un miglioramento della densità ossea del collo femorale rispetto al gruppo di controllo (-0,55 vs -0,70 T-score; p=0,04).
“Il nostro studio supporta l’idea di identificare uomini con almeno un fattore di rischio e offrire screening a partire dai 65 anni, come già avviene per le donne”, ha spiegato Cathleen S. Colón-Emeric, Durham VA Health Care System e Duke University School of Medicine.
Gli autori sottolineano che restano aperte questioni di trasferibilità del modello al di fuori dei sistemi integrati come VA e HMO, così come il nodo della sostenibilità economica. Tuttavia, i dati offrono un contributo in un ambito ancora privo di raccomandazioni univoche: ad oggi, infatti, sia US Preventive Services Task Force che Veterans Health Administration ritengono insufficienti le prove per raccomandare lo screening negli uomini senza fratture pregresse, mentre alcune società scientifiche si esprimono a favore con criteri variabili.
Lo studio richiama l’attenzione sulla fragilità maschile: dopo i 50 anni, 1 uomo su 5 sperimenterà una frattura da osteoporosi, con un tasso di mortalità a 1 anno post-frattura d’anca fino al 36%. Nonostante ciò, meno del 10% degli uomini viene sottoposto a screening prima dell’evento fratturativo e solo una minoranza riceve terapia entro l’anno successivo.