Solo il 32,4% dei pazienti che utilizzano farmaci per il diabete presenta un'aderenza elevata alla terapia, mentre il 48,8% risulta ancora in trattamento dopo un anno. Sono i dati del rapporto OsMed dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) richiamati al XXV Congresso nazionale della Società italiana metabolismo diabete obesità (SIMDO), conclusosi il 10 ottobre a Cagliari, in occasione della Giornata mondiale della salute mentale. Al centro del confronto, il ruolo dei fattori psicologici nella gestione del diabete e nell'utilizzo delle tecnologie per la somministrazione dell'insulina.
I sistemi ibridi ad ansa chiusa, conosciuti anche come pancreas artificiali, collegano un sensore per il monitoraggio continuo della glicemia a un microinfusore. Un algoritmo regola automaticamente la somministrazione di insulina per gran parte della giornata, mentre ai pasti è ancora necessario l'intervento del paziente.
Una revisione di 62 studi condotti su oltre 9.000 persone, pubblicata su eClinicalMedicine, ha associato l'utilizzo di questi sistemi a una riduzione dello stress legato al diabete e della paura dell'ipoglicemia. La disponibilità di dispositivi automatizzati, tuttavia, non elimina il ruolo dei comportamenti individuali.
Andrea Piazzoli, psicologo e consulente di economia comportamentale e trasformazione digitale, ha richiamato alcuni meccanismi cognitivi che possono interferire con la gestione della terapia. Tra questi figurano la sensazione di perdita di controllo quando il dispositivo determina la dose di insulina, l'illusione di conoscenza e il cosiddetto bias dell'automazione.
Quest'ultimo, ha spiegato Piazzoli, «è l'eccessiva fiducia data a un sistema automatico e fa calare l'attenzione su alcune forme di monitoraggio che spettano comunque al paziente».
Un rischio opposto riguarda le persone con tratti particolarmente ansiosi, nelle quali il ricorso alla tecnologia può accompagnarsi a un monitoraggio eccessivo, con un aumento dei consulti e dei tentativi di modificare la terapia proposta.
«Quando si inizia a usare un sistema ibrido, il lavoro dello psicologo è aiutare il paziente a trovare il giusto equilibrio: fidarsi del dispositivo senza smettere di occuparsi della propria salute», ha osservato Maria Antonietta Taras, psicologa e componente del consiglio direttivo SIMDO. «La qualità di vita non è un obiettivo che viene dopo la terapia: è una delle condizioni perché la terapia funzioni».
Il congresso ha affrontato anche il rapporto tra salute mentale e continuità terapeutica. Secondo i dati OsMed riferiti al 2024, la persistenza nel trattamento farmacologico a un anno è del 45,1% nelle donne e del 51,8% negli uomini.
Una revisione di 39 studi, pubblicata nel 2025 su Frontiers in Endocrinology, indica inoltre che circa una persona con diabete su tre presenta sintomi depressivi.
Per Piazzoli, conoscere i meccanismi cognitivi che influenzano le decisioni può essere utile anche ai prescrittori: «Conoscere questi meccanismi aiuta a capire come proporre una terapia per aumentare la probabilità che venga seguita correttamente».
Concetta Mezzatesta, psicologa e consigliera SIMDO, ha sottolineato che «trascurare la salute mentale non solo compromette la qualità della vita, ma influisce anche sulla salute fisica, sulle relazioni e sulla capacità di lavorare o studiare». Da qui, secondo la specialista, l'importanza di ridurre lo stigma e rafforzare prevenzione e accessibilità del supporto psicologico.
«I nuovi dispositivi hanno migliorato la vita di molte persone con diabete, ma non sostituiscono la relazione di cura», ha concluso Giancarlo Tonolo, presidente nazionale SIMDO e presidente del Congresso, richiamando il valore del confronto tra diabetologi, psicologi, infermieri e nutrizionisti nella gestione della malattia.