Un particolare ritmo biologico che si attiva durante il sonno potrebbe svolgere un ruolo centrale nella prevenzione dell'accumulo delle proteine associate alla malattia di Alzheimer e ad altre forme di demenza. È quanto sostiene una review pubblicata sulla rivista Science da Maiken Nedergaard, neuroscienziata nota per gli studi sul sistema glinfatico cerebrale.
Secondo l'autrice, il sonno non rappresenta semplicemente una fase di riposo per il cervello, ma un momento in cui diversi sistemi neurobiologici si coordinano attraverso oscillazioni ritmiche che favoriscono processi essenziali per la salute cerebrale.
La review descrive come, durante il sonno, alcuni neuromodulatori fondamentali per le funzioni cognitive e comportamentali – tra cui noradrenalina, acetilcolina, serotonina e dopamina – cessino di agire in modo relativamente indipendente, come avviene durante la veglia, e inizino invece a oscillare in maniera sincronizzata con una periodicità di circa 50 secondi.
Queste oscillazioni sono associate a brevi scariche di attività elettroencefalografica e risultano sincronizzate con il flusso del liquido cerebrospinale. Secondo il modello proposto, il fenomeno contribuirebbe ad attivare la cosiddetta clearance glinfatica, il sistema attraverso cui il cervello elimina prodotti di scarto metabolici e proteine potenzialmente neurotossiche.
Tra queste figurano beta-amiloide e tau, due delle principali proteine coinvolte nella patogenesi della malattia di Alzheimer.
L'articolo evidenzia che i neuromodulatori coinvolti nel ritmo del sonno esercitano anche effetti sui vasi cerebrali. Le variazioni cicliche del loro rilascio determinano infatti modificazioni del calibro vascolare che favoriscono il movimento dei fluidi all'interno del tessuto nervoso. Questo meccanismo rappresenterebbe la forza motrice necessaria per sostenere l'attività del sistema glinfatico.
Secondo la review, numerose condizioni cliniche potrebbero interferire con questo processo. Tra queste figurano l'invecchiamento, le malattie cardiovascolari, i disturbi psichiatrici, lo stress cronico, alcuni farmaci e l'uso di sostanze. In tutti questi casi la perdita della normale sincronizzazione dei neuromodulatori potrebbe compromettere la capacità del cervello di eliminare le proteine tossiche.
L'autrice propone quindi che la disfunzione di questo ritmo biologico rappresenti un possibile meccanismo comune attraverso cui condizioni molto diverse tra loro finiscono per aumentare il rischio di demenza.
La review non presenta nuovi dati sperimentali ma integra risultati provenienti da studi recenti sul sonno, sulla neurobiologia dei neuromodulatori e sul sistema glinfatico. L'obiettivo è offrire un quadro interpretativo unitario capace di spiegare il legame, osservato da tempo negli studi epidemiologici, tra alterazioni del sonno e rischio di declino cognitivo.
Se confermata da ulteriori ricerche, questa ipotesi potrebbe rafforzare il ruolo del sonno come fattore modificabile nella prevenzione delle malattie neurodegenerative e aprire nuove prospettive per strategie terapeutiche mirate a preservare i meccanismi di pulizia del cervello durante il riposo notturno.
The oscillatory biology of sleep: Linkage to dementia | Science