Una nuova analisi, pubblicata sulla rivista Obesity, mostra che il trattamento con dapagliflozin 10 mg/die per 12 mesi determina una riduzione significativa del contenuto di grasso epatico in pazienti con diabete di tipo 2, e che questo effetto si realizza indipendentemente dalla perdita di peso e dagli altri miglioramenti metabolici.
L'analisi ha coinvolto 56 pazienti con diabete tipo 2 randomizzati a ricevere placebo oppure dapagliflozin 10 mg una volta al giorno. Il contenuto di grasso epatico è stato quantificato mediante risonanza magnetica con sequenza PDFF (MRI-PDFF), considerata oggi uno degli strumenti non invasivi più accurati per questa misurazione, sia al basale sia a 12 mesi, insieme a parametri antropometrici, glicemia a digiuno, HbA1c e test di funzionalità epatica.
I dati mostrano che nel gruppo trattato con dapagliflozin la frazione lipidica epatica si è ridotta mediamente del 3,7%, mentre nel gruppo placebo è aumentata dello 0,5%. Parallelamente, il peso corporeo è diminuito di 3,84 kg nel gruppo attivo rispetto a 1,42 kg nel placebo, e l'HbA1c si è ridotta di 0,52% rispetto a un incremento di 0,11% nel gruppo di controllo. L'elemento chiave dell'analisi è che, nonostante il farmaco abbia ridotto sia il peso sia il grasso epatico, l'effetto indiretto del calo ponderale sulla variazione del contenuto lipidico epatico non ha raggiunto la significatività statistica, suggerendo che l'azione di dapagliflozin sul fegato sia mediata da meccanismi autonomi rispetto alla perdita di peso e al miglioramento glicemico.
Gli inibitori SGLT-2 agiscono bloccando il riassorbimento renale del glucosio, che viene così eliminato con le urine. I risultati di questo studio indicano tuttavia che la classe ha anche effetti epatici diretti, indipendenti dall'impatto metabolico sistemico, aprendo una prospettiva rilevante nella gestione della malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica (MASLD) nei pazienti diabetici.
Gli autori concludono che l'inibizione di SGLT-2 potrebbe avere effetti diretti a livello epatico indipendenti dall'impatto glicemico e ponderale, con importanti implicazioni per l'elevata prevalenza di steatosi epatica nei pazienti con diabete di tipo 2.
La sovrapposizione tra diabete tipo 2 e MASLD è una sfida clinica di prima grandezza. In Italia si contano circa 4 milioni di pazienti con diabete tipo 2 diagnosticato, e la prevalenza di steatosi epatica in questa popolazione è stimata tra il 65% e l'80%: vuol dire che tra 2,6 e 3,2 milioni di diabetici italiani presentano già un accumulo patologico di grasso nel fegato, con rischio aumentato di progressione verso la steatoepatite, la fibrosi avanzata e l'epatocarcinoma. Secondo i dati italiani, la MASLD comporta nel nostro Paese un impatto economico stimato in 7,7 miliardi di euro annui.
In questo scenario, disporre di un farmaco già in uso per il controllo glicemico e la protezione cardiovascolare che agisca anche direttamente sul fegato, senza dover attendere una riduzione ponderale significativa, rappresenta un vantaggio clinico potenzialmente rilevante per milioni di pazienti. Lo studio contribuisce a costruire l'evidenza per un uso più ampio di questa classe nella gestione integrata del paziente diabetico con comorbilità epatica.