Nel 2024 continua il calo delle nascite in tutte le aree del Paese, mentre prosegue la riduzione della mortalità infantile, seppure con forti differenze territoriali. È il quadro che emerge dal Rapporto Cedap 2024, che conferma la solidità del Servizio sanitario nazionale come riferimento per il percorso nascita, ma segnala un ricorso ancora elevato al taglio cesareo e persistenti disuguaglianze socio-sanitarie tra le madri.
Il fenomeno è in larga misura l’effetto della modificazione della struttura per età della popolazione femminile ed in parte dipende dalla diminuzione della propensione ad avere figli. Le cittadine straniere hanno finora compensato questo squilibrio strutturale; negli ultimi anni si nota, tuttavia, una diminuzione della fecondità delle donne straniere.
La fecondità si mantiene pressoché costante rispetto agli anni precedenti: nel 2024 il numero medio di figli per donna è pari a 1,18 (rispetto a 1,42 del 2012). I dati per il 2024 danno livelli più elevati di fecondità al Nord, nelle Province Autonome di Trento e Bolzano e nel Mezzogiorno, in Campania e Sicilia. Le regioni in assoluto meno prolifiche sono invece Sardegna e Molise. Il tasso di natalità varia da 4,5 nati per mille donne in età fertile in Sardegna (pari a 0,91 figli per donna) a 8,4 nella Provincia Autonoma di Bolzano (1,51 figli per donna) rispetto ad una media nazionale del 6,3. I dati evidenziano come la natalità sia più bassa nelle regioni del centro, mentre al Sud, Campania, Calabria e Sicilia presentano valori superiori alla media nazionale.
Il ricorso ad una tecnica di procreazione medicalmente assistita (PMA) risulta effettuato in media in 4,2 gravidanze ogni 100. La tecnica più utilizzata è stata la fecondazione in vitro con successivo trasferimento di embrioni nell’utero, seguita dal metodo di fecondazione in vitro tramite iniezione di spermatozoo in citoplasma.
L’età media della madre è di 33,3 anni per le italiane mentre scende a 31,3 anni per le cittadine straniere.
Le donne con un maggior tasso di scolarizzazione mostrano livelli di fecondità mediamente più alti (il 36,6% delle madri aveva una laurea e il 41,5% una scolarità alta). L’analisi della condizione professionale evidenzia che il 62,4% delle madri ha un’occupazione lavorativa, il 26,3% sono casalinghe ed il 15,4% sono disoccupate o in cerca di prima occupazione. La condizione professionale delle straniere che hanno partorito nel 2024 è per il 50,5% quella di casalinga a fronte del 69,8% delle donne italiane che hanno invece un’occupazione lavorativa.
Il tasso di mortalità infantile, che misura la mortalità nel primo anno di vita, è pari nel 2024 a 2,5 bambini ogni mille nati vivi. Negli ultimi 10 anni tale tasso ha continuato a diminuire su tutto il territorio italiano, anche se negli anni più recenti si assiste ad un rallentamento di questo trend. Permangono, inoltre, notevoli differenze territoriali, con un picco di 6,43 in Valle D’Aosta e un minimo di 1,44 in Toscana. I decessi nel primo mese di vita sono dovuti principalmente a cause cosiddette endogene, legate alle condizioni della gravidanza e del parto o a malformazioni congenite del bambino. La mortalità nel periodo post neonatale è invece generalmente dovuta a fattori di tipo esogeno legati alla qualità dell’ambiente igienico, sociale ed economico in cui vivono la madre e il bambino.
Per quanto riguarda i parti pretermine lo 0,9% avviene prima della 31esima settimana, il 5,3% tra le settimane 32-36, il 93,2% è un parto a termine (settimane 37-41) e il restante 0,6% è un parto tardivo (oltre la 41esima settimana di gestazione).
I dati rilevati per l’anno 2024 evidenziano che, a livello nazionale, il 90,7% dei parti è avvenuto negli Istituti di cura pubblici ed equiparati, il 9,1% nelle case di cura e solo lo 0,12% altrove (altra struttura di assistenza, domicilio, etc.). Naturalmente nelle Regioni in cui è rilevante la presenza di strutture private accreditate rispetto alle pubbliche, le percentuali sono sostanzialmente diverse. Le “Linee di indirizzo per la promozione ed il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell'appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e per la riduzione del taglio cesareo” hanno fissato la soglia di almeno 1.000 parti/anno quale parametro standard cui tendere per il mantenimento/attivazione dei punti nascita. In tal senso nelle Regioni del Sud si registra un tendenza opposta; infatti, il 37% dei parti si svolge in punti nascita con meno di 1000 parti annui. In particolare, in Molise tutti i punti nascita hanno effettuato nel 2024 meno di 1000 parti annui.
Per quanto riguarda le Unità di Terapia Intensiva Neonatale (TIN) e le Unità Operative di Neonatologia (UON), le primo sono presenti in 116 dei 385 punti nascita sotto la lente; 94 Unità TIN sono collocate nell’ambito dei 125 punti nascita con almeno mille parti annui. Delle restanti 22 UOTIN, 10 sono collocate in punti nascita che effettuano meno di 800 parti annui. Le Unità Operative di Neonatologia sono presenti in 229 punti nascita di cui 108 svolgono più di mille parti annui.
Le donne in gravidanza mediamente sono molto controllate con il 93,7% delle donne che effettua più di 4 visite di controllo e una media nazionale di 5,8 ecografie per parto (minimo di 3,6 in Valle D’Aosta e 7,9 in Sardegna).
Riguardo le modalità del parto rimane molto elevato il ricorso al cesareo con il 29,8% delle donne che ha ricorso a questa modalità. Nelle case di cura accreditate il tasso sale al 44,9%, mentre negli ospedali pubblici è del 28,3%. Queste percentuali mostrano una tendenza sostanzialmente stabile in linea generale rispetto agli ultimi anni. Le italiane ricorrono al cesareo più delle straniere (30,4% contro 27,2%). Nei punti nascita con meno di 500 parti annui, l’incidenza di parti cesarei è maggiore di quella che si osserva mediamente a livello nazionale (31,17% rispetto a 29,81%). Un fenomeno, si sottolinea nel Rapporto, correlato anche alla maggiore concentrazione di strutture private nelle classi dei punti nascita di dimensioni ridotte.
La donna ha accanto a sé al momento del parto (esclusi i cesarei) nel 94,7% dei casi il padre del bambino, nel 4,4% un familiare e nello 0,90% un’altra persona di fiducia. L’analisi relativa ai professionisti sanitari presenti al momento del parto non esclude i parti cesarei. Oltre all’ostetrica (96,27%) al momento del parto sono presenti: nell’87,30% dei casi il ginecologo, nel 45,42% l’anestesista e nel 68,81% il pediatra/neonatologo.
In conclusione, il Rapporto nazionale CeDAP evidenzia che la disponibilità di dati attendibili e accurati risulta essenziale per supportare le politiche di sanità pubblica. Si auspica che le informazioni presenti possano costituire sempre più un prezioso strumento conoscitivo per i diversi soggetti istituzionali responsabili della definizione ed attuazione delle politiche sanitarie del settore materno-infantile, per gli operatori e per i cittadini utenti del Servizio Sanitario Nazionale.
Matteo Vian