L’intelligenza artificiale fa il suo ingresso anche nel mondo della fertilità, con un risultato che segna un punto di svolta: la prima gravidanza ottenuta grazie a un sistema di IA capace di individuare spermatozoi motili in un paziente affetto da azoospermia severa, una delle più complesse cause di infertilità maschile. Il caso, riportato sulla rivista The Lancet dai ricercatori del Columbia University Fertility Center, dimostra come la tecnologia possa offrire nuove speranze a coppie che spesso si trovano davanti a diagnosi senza possibilità terapeutiche. Nell’uomo protagonista dello studio, il liquido seminale non mostrava alcuno spermatozoo attivo tra milioni di cellule morte e detriti. Grazie alla tecnica sperimentale STAR (Sperm Tracking and Recovery), l’IA ha analizzato oltre otto milioni di immagini in meno di un’ora, identificando i due spermatozoi vitali da prelevare e utilizzare per la fecondazione in vitro tramite iniezione intracitoplasmatica (ICSI). La partner del paziente è ora in attesa di un figlio.
Il fattore maschile è responsabile di circa il 40% dei casi di infertilità di coppia. Tra questi, dal 10 al 15% degli uomini infertili presenta azoospermia: un quadro in cui gli spermatozoi sono assenti o pochissimi e difficili da recuperare anche con procedure chirurgiche invasive, non sempre risolutive e potenzialmente dannose. Questa nuova metodologia potrebbe ridurre interventi inutili, abbreviare i tempi di trattamento e aumentare le possibilità di successo in situazioni oggi estremamente complesse. A commentare il risultato è Francesco Gebbia, specialista in riproduzione assistita e direttore della Clinica IVI di Roma: «Grazie all’intelligenza artificiale si stanno facendo cose inimmaginabili solo fino a poco tempo fa: tempi più brevi, maggiore precisione, più possibilità di successo. L’IA sta cambiando la medicina della riproduzione in maniera sostanziale. Credo che nei prossimi 5-10 anni assisteremo a una vera rivoluzione». Una rivoluzione già iniziata: l’IA viene infatti utilizzata anche per selezionare gli embrioni più idonei al trasferimento grazie alle tecnologie di time-lapse, e promette di rendere sempre più non invasiva la diagnosi preimpianto, riducendo il ricorso alla biopsia della blastocisti.
Secondo Gebbia, l’IA potrebbe inoltre contribuire a democratizzare l’accesso alle tecniche avanzate di fecondazione assistita: «Con software e strumenti adeguati si potrà raggiungere la stessa qualità di diagnosi oggi possibile solo nei grandi laboratori. Ma l’intelligenza artificiale non sostituirà mai il medico o l’embriologo: le decisioni finali resteranno sempre in mano ai professionisti». Il successo pubblicato su The Lancet rappresenta un traguardo simbolico e scientifico al tempo stesso: dimostra che anche dove la natura sembra essersi fermata, la tecnologia può intervenire per riaccendere la possibilità di diventare genitori. Un risultato che, come ricorda Gebbia, è solo l’inizio: «Siamo ancora agli albori, ma ciò che vediamo arrivare è straordinario».