Fine dell’uso di locuzioni generiche che legittimavano in qualche modo deroghe al contratto; sì ad orari legati al raggiungimento di obiettivi proporzionati all’entità degli organici; impugnabilità dei provvedimenti di Asl e ospedali che non applicano regole come quelle sui riposi obbligatori. Il contratto della dirigenza sanitaria firmato ai primi di quest’anno per il triennio 2019-2021 sembrava aver posto la parola fine agli abusi sui carichi di lavoro dei medici ospedalieri, dei dirigenti sanitari e dei dirigenti delle professioni infermieristiche. Oggi i medici possono vantare una normativa contrattuale coerente con le disposizioni di legge. Ma questo non basta. Tuttora lungo la Penisola molte strutture continuano ad imporre pesanti eccedenze orarie rispetto ai limiti fissati dal contratto e negano la retribuzione ed il recupero di quelle ore. Il disagio continua a crescere nelle corsie. Il sindacato maggioritario di categoria Anaao Assomed ha sottolineato nei mesi scorsi come per disciplinare materie così difficili sia necessario partire dall’attività quotidiana dei medici nei contesti in cui operano, e tracciare una sintesi nelle trattative per gli accordi regionali. Sul tema degli orari all’Ospedale dell’Angelo di Mestre dove si sono confrontati il responsabile delle Politiche contrattuali della sigla Giuseppe Montante e il Direttore Generale Risorse Umane della Regione Veneto Claudio Costa, insieme al professor Vito Sandro Leccese giuslavorista dell’Università di Bari. L’antefatto lo racconta Luca Barutta Segretario Anaao Veneto: «Il contratto 2019-2021 ha determinato un cambio di paradigma in tema di orari di lavoro. Non più presenze illimitate, si deve lasciare spazio al tempo di vita quotidiana del lavoratore, quello speso a casa, in famiglia. Con il Covid-19 eravamo arrivati ad eccedenze annue con casi singoli che superavano il migliaio di ore».
Nel 2022 sono state totalizzate a livello nazionale 18 milioni di ore di straordinari non recuperati e non pagati. In un recente sondaggio, proprio Anaao Assomed rileva che l’87% dei medici e dirigenti sanitari non riesce ad avere una vita personale soddisfacente, ed un 96,5% reputa di essere sottoposto a carichi eccessivi. Risultato: il 72% degli intervistati ha pensato di lasciare l’attuale posto di lavoro nel Servizio sanitario nazionale per trasferirsi all’estero, oppure di passare alla Medicina Generale o andare a lavorare nel privato. «Il nuovo contratto ci viene incontro –spiega Barutta perché impone un tetto alle ore da destinare al raggiungimento degli obiettivi. Le ore eccedenti il tetto concordato vanno recuperate. Questo cambiamento però crea difficoltà applicative, spesso dovute ad abitudini difficili da eradicare. Siamo tuttora in una fase in cui non si vedono i nuovi benefici». Quel surplus orario annuale di 150-250 ore denunciato da un 40% dei medici ospedalieri, quei giorni festivi lavorati che non vengono recuperati in un caso su due, pesano nel quotidiano del medico, anche se in qualche regione iniziano a pesare un po’ meno. «Il Veneto in accordo con i sindacati della dirigenza sanitaria sta creando una sintesi per superare le rigidità. Il confronto con i sindacati ha posto delle basi per risolvere il problema. In accordo con la Regione abbiamo creato un vademecum con indirizzi alle Aziende sia su come preparare la gestione degli orari nei reparti sia su come gestire i piani di lavoro, preferibilmente con uno strumento informatico, conditio sine qua non per far funzionare il sistema. Volto a modificare abitudini errate intraprese per anni, il documento a nostro avviso va nella giusta direzione. Ma adesso va applicato. E non solo in Veneto». Tra l’altro, sul tavolo dell’amministrazione regionale ci sono dei problemi da risolvere. «Ad esempio, dice Barutta il cambiamento voluto dalla Regione che va nel senso dell’informatizzazione del sistema di gestione ospedaliera al momento sta creando difficoltà. L’attività di data entry anche di noi medici comporta del tempo e gli orari di tutti si dilatano. È necessario collaborare perché sia il sistema al servizio dell’operatore (e del paziente) e non viceversa».