Europa e Mondo
26/07/2023

Giornata mondiale epatite C, le iniziative per potenziare lo screening ed eradicare la malattia entro il 2030

Rinnovare i fondi per gli screening per l'epatite C che scadono il 31 dicembre 2023 e allargare le coorti d'età delle popolazioni da sottoporre al test. Questo il messaggio principale lanciato dalla Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) e dall'Associazione italiana per lo studio del fegato (Aisf) alla vigilia della Giornata mondiale per le epatiti promossa dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) come ogni anno per il 28 luglio. Come riportato dai dati dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), infatti, se all'11 luglio 2022 i pazienti avviati al trattamento per l'eradicazione del virus dell'epatite C erano 239.378, a un anno di distanza (il 17 luglio 2023) sono 252.781: vi è stato un incremento di poco più di 13mila persone. Si tratta di un balzo in avanti significativo dopo la notevole flessione dovuta alla pandemia, ma non è ancora sufficiente per percorrere l'ultimo miglio necessario per l'eliminazione dell'infezione dal nostro Paese entro il 2030 come indicato dall'Oms. Per questo serve una collaborazione tra diversi attori in campo, dai diversi specialisti coinvolti alle istituzioni. Una sinergia che sarà messa a punto nei prossimi incontri de "La Sanità che vorrei..." al ministero della Salute, il progetto promosso da Simit insieme a tante altre realtà, tra cui il Ministero stesso per preparare il servizio sanitario nazionale (Ssn) ad affrontare le prossime sfide attraverso processi di prevenzione e formazione. «Le epatiti virali rimangono un problema di salute globale» evidenzia Claudio Mastroianni, presidente Simit. «L'attenzione della comunità scientifica in questo ambito è rivolta alle epatiti virali che possono essere acquisite per via orale, come l'epatite A e l'epatite E, ma soprattutto a quelle che possono essere trasmesse per via parenterale: l'epatite C, l'epatite B, l'epatite Delta. Per l'epatite B l'Italia è un esempio, vista la vaccinazione obbligatoria alla nascita introdotta nel 1991, grazie alla quale il virus è quasi assente nella popolazione under 40, sebbene si riscontri ancora in altre fasce anagrafiche e in soggetti non nati in Italia. L'Hcv, grazie ai nuovi farmaci antivirali ad azione diretta (Daa), si può eradicare definitivamente nel 98% delle persone, in tempi rapidi e senza effetti collaterali, ma occorre far emergere il sommerso e avviare rapidamente i pazienti al trattamento. Per l'epatite Delta è stata recentemente approvato un nuovo farmaco specifico efficace, ma serve piena consapevolezza di questa disponibilità e un ampliamento degli screening dei soggetti con epatite B, su cui il virus Delta si innesta; una priorità anche questa, visto che in Italia si stima che vi siano circa 10mila persone affette da questo virus, il più rapido nel progredire fino a provocare cirrosi ed epatocarcinoma».

«Gli screening per far emergere il sommerso dei casi di epatite C rappresentano una buona prassi che negli scorsi anni ha portato l'Italia in linea con l'obiettivo dell'Oms per l'eliminazione del virus entro il 2030, come dimostra il bilancio complessivo degli oltre 250mila trattamenti effettuati fino ad oggi» sottolinea Massimo Andreoni, direttore scientifico Simit. «La disponibilità dei 71,5 milioni di euro stanziati nel 2020 ha dato una grande opportunità, purtroppo frenata dalla pandemia. La proroga fino al 31 dicembre 2023 è stata utile per incrementare il numero delle diagnosi, ma considerando le inadempienze di diverse regioni, colpite dagli strascichi del Covid-19 e da altre contingenze, è auspicabile un'ulteriore proroga di altri due anni e un allargamento delle popolazioni coinvolte, rivolgendosi non solo a tossicodipendenti, detenuti e ai nati tra il 1969 e il 1989, ma anche alle coorti d'età precedenti, con riferimento almeno ai nati tra il '48 e il '68, in cui si può annidare il virus. Solo con un approccio così capillare sarà possibile curare centinaia di migliaia di persone ed eliminare l'epatite C nel nostro Paese entro il 2030». «Due sono le strade che gli specialisti di tutto il mondo stanno percorrendo per contrastare il problema delle epatiti: da un lato, test diagnostici e percorsi di avvio alla cura, sempre più rapidi e semplificati, da svolgersi all'interno dei centri epatologici; dall'altro, attività di screening alla scoperta del sommerso» spiega Vincenza Calvaruso, segretario nazionale Aisf. «Il problema, infatti, è che spesso non è facile riconoscere l'insorgenza della malattia, specialmente nei soggetti asintomatici. Per tale ragione, si effettuano attività di screening soprattutto nelle categorie a rischio, vale a dire la popolazione nelle carceri e i soggetti con dipendenza da droga per via endovenosa, nonché tra quelli nati tra il 1969 e il 1989, sebbene noi specialisti chiediamo di ampliare tale fascia d'età, coinvolgendo tutti i soggetti maggiorenni nati dal 1943 in poi». La sfida dell'OMS, per cui entro il 2030 si sarebbe dovuta raggiungere l'eradicazione dell'Hcv, è diventata tuttavia più complessa e lontana. «Se fino al 2019 i 36mila trattamenti raggiunti in un anno facevano ben sperare sul raggiungimento dell'obiettivo proposto dall'Oms, il fatto che negli anni successivi non siano stati più di 20mila, complice anche la pandemia, rendono l'obiettivo meno raggiungibile. Occorre quindi, ancora di più, puntare sugli screening, sollecitando tutte quelle regioni che ne sono sprovvisti ad attivarli, e alla semplificazione dell'accesso alle terapie. Questo secondo punto, infatti, inciderebbe positivamente su due problematiche: frenerebbe la progressione della malattia verso la fase avanzata, sino allo stato di cirrosi ed epatocarcinoma, con ovvie conseguenze sanitarie ed economiche, ma impatterebbe anche sulla comunità, perché ridurrebbe a sua volta la possibilità di contagio» conclude Calvaruso.

In occasione della Giornata mondiale dell'epatite C, anche l'Ospedale Niguarda di Milano ricorda alla popolazione l'importanza di sottoporsi allo screening gratuito promosso dal ministero della Salute e realizzabile presso molte strutture ospedaliere italiane. Si stima che sia ancora alto il numero del sommerso: il grave rischio è che molti cittadini, non avendo sintomi conclamati, si possano accorgere della malattia solo quando i danni al fegato sono ormai irreversibili. «II test sull'epatite C consiste in un semplice prelievo del sangue che può salvare la vita» afferma Massimo Puoti, direttore delle Malattie infettive dell'Ospedale Niguarda. «Al momento il programma di screening gratuito è rivolto a 3 categorie di popolazione: i nati nelle fasce d'età 1969-1989, le persone seguite dai Servizi pubblici per le dipendenze (SerD) e le persone detenute in carcere. I risultati dei test realizzati finora ci hanno portato a ritenere che lo screening gratuito possa essere esteso anche alla popolazione nata prima del 1969, così come andrebbero rafforzati i test nei SerD e nelle carceri. Qui inoltre andrebbe favorita l'applicazione del modello "test&treat", ossia all'interno di questi spazi dovrebbe essere effettuata anche la presa in carico e cura delle persone positive, mantenendo tutto nel luogo che rappresenta il punto di riferimento per queste categorie di popolazione». Il virus, infatti, si trasmette per via ematica e attraverso tutti quei comportamenti che possono portare alla trasmissione di sangue o liquidi biologici infetti da soggetto a soggetto (es. tatuaggi e piercing in condizioni di scarsa igiene, attività sessuale non protetta, scambio di siringhe etc.). Contro l'Epatite C si può intervenire efficacemente ma è necessario che il virus sia individuato prima che si manifestino sintomi e conseguenze gravi.

Da segnalare, in questo contesto, anche l'avvio della campagna "Viral: rendiamo virale la conoscenza delle epatiti" che vuole diffondere messaggi di awareness efficaci, per contribuire così a fermare il diffondersi dei virus. La campagna, realizzata da Gilead Sciences con il patrocinio delle Società scientifiche e delle Associazioni di pazienti impegnate in quest'area, coinvolge una serie di influencer che si fanno portavoce dei messaggi di sensibilizzazione. Dai loro profili Instagram, gli influencer lanceranno post e stories per promuovere la conoscenza delle epatiti virali, raggiungendo un bacino potenziale di oltre 1M di followers.

Il focus della campagna è sull'epatite C, la forma più diffusa di epatite virale in Italia. «La disponibilità di farmaci in grado di guarire chi è infetto da Hcv rende ancor più urgente la promozione di messaggi corretti: è fondamentale diffondere le informazioni sul test e sui fattori di rischio così da scovare le infezioni sommerse e diminuire drasticamente la circolazione del virus» commenta Alessandra Mangia, responsabile Unità dipartimentale di Epatologia Irccs Casa Sollievo della Sofferenza, San Giovanni Rotondo (FG).

Obiettivo della campagna "Viral", dunque, quello di aumentare la consapevolezza sulle epatiti virali, tra le quali l'epatite Delta, la forma più aggressiva, che colpisce solo le persone con infezione da virus Hbv. Si stima che nel mondo circa 10 milioni di persone vivano con l'epatite Delta (Hdv) e che in Italia circa il 5-9% delle persone con infezione da virus Hbv siano infette anche da Hdv, una percentuale che sale fra le persone che provengono da paesi dove l'epatite Delta è endemica e dove non esistono politiche di vaccinazione contro l'epatite B.

I tre messaggi della campagna mettono a fuoco altrettanti aspetti fondamentali per la lotta alle epatiti:

1) Ogni giorno trasmetti una diretta. Ma non sai come si trasmette l'epatite. Per fermare il diffondersi delle epatiti virali è fondamentale capire quali sono i fattori di rischio per contrarre il virus: il principale è il contatto diretto con sangue infetto che può essere causato dalla condivisione di oggetti appuntiti o taglienti (come rasoi, lamette o forbici), da aghi, da strumenti chirurgici usati e non sterilizzati, o attraverso le trasfusioni di sangue.
2) La maggior parte degli over 50 ha un profilo social. E un profilo potenzialmente a rischio HCV. L'infezione da HCV è più diffusa fra chi ha più di 50 anni, persone che hanno avuto una maggiore probabilità di sottoporsi a trasfusioni, operazioni chirurgiche o pratiche sanitarie prima degli anni Novanta, quando ancora non si conosceva il virus e quindi non esisteva il test per il plasma trasfuso e gli organi da donatore, né si utilizzavano aghi, siringhe e strumenti chirurgici monouso.
3)Controlli il feed ogni quarto d'ora. Ma non hai mai fatto un controllo dell'HCV. Il test per l'HCV è uno strumento importante di salute pubblica: la diagnosi precoce permette di indirizzare i pazienti verso le cure. Grazie all'utilizzo di farmaci che agiscono direttamente sul virus, oggi è infatti possibile eliminare il virus e curare l'epatite C nella quasi totalità dei casi (oltre il 95%).
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