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14/03/2023

Covid-19, il ritorno della positività è comune con o senza assunzione di antivirali

Il "COVID rebound", cioè il ritorno dei sintomi e della positività al Sars-CoV-2 dopo una iniziale apparente negatività, è sorprendentemente comune, indipendentemente dal fatto che ai pazienti venga somministrato o meno l'antivirale Paxlovid (nirmatrelvir e ritonavir).
Il dato emerge da una ricerca effettuata dagli scienziati di Scripps Research e dalla società di salute digitale eMed, riportati su Clinical Infectious Diseases.

I ricercatori hanno offerto a 170 persone positive un kit di telemedicina Test-to-Treat™ in grado di rilevare la presenza tramite antigene la presenza del virus Sars-CoV-2 e comunicare telematicamente i risultati. I ricercatori hanno chiesto a ciascun partecipante di fare un test e compilare un questionario sui sintomi a giorni alterni per 16 giorni. Il team ha quindi confrontato i tassi di rebound fra coloro che hanno e non hanno scelto preso Paxlovid. Il rimbalzo Covid è stato misurato in due modi: un risultato positivo del test dopo un test negativo o un ritorno dei sintomi dopo la loro scomparsa. In questo studio 127 persone hanno assunto l'antivirale mentre 43 no.
Tra i pazienti del gruppo trattato con Paxlovid il 14,2% dei pazienti è ritornato positivo all'antigene nei 16 giorni di monitoraggio e il 18,9% ha avuto un ritorno dei sintomi. Invece tra il gruppo non trattato il 9,3% è ritornato positivo al test e il 7,0% ha avuto un rimbalzo dei sintomi.
Sebbene una percentuale più elevata del gruppo trattato con Paxlovid abbia riportato un rimbalzo di COVID-19, questa differenza non è stata giudicata statisticamente significativa.
Gli autori sottolineano infatti come per avere un risultato che abbia una significatività statistica l'analisi finale dovrebbe includere almeno 800 partecipanti con un maggior equilibrio tra persone trattate e non. Tuttavia, aggiungono, questi risultati riportano tassi superiori di 'rebound' rispetto alle sperimentazioni cliniche. Infatti, un'altra analisi dei risultati della sperimentazione clinica, ha rilevato tassi di rimbalzo di solo il 2% circa sia nel gruppo Paxlovid che in quello placebo.
Oltre ad aumentare il numero di partecipanti allo studio in corso, i ricercatori hanno in programma di iniziare a sequenziare il virus trovato nei partecipanti per cercare eventuali varianti e testare i campioni di sangue dei partecipanti per misurare i livelli di anticorpi e altri marcatori immunitari.

"Questi risultati suggeriscono l'idea che il rebound dopo l'eliminazione della positività al test SARS-CoV-2 o la risoluzione dei sintomi è più comune di quanto riportato in precedenza sia nei pazienti trattati che in quelli non trattati", ha affermato l'autore principale dello studio Jay Pandit, professore e direttore della medicina digitale presso lo Scripps Research Translational Institute.
"Poiché il panorama del COVID-19 continua ad evolversi, l'importanza di rendere accessibili trattamenti tempestivi ed efficaci e quindi di contribuire a ridurre gli esiti di malattie gravi non può essere sopravvalutata", afferma l'epidemiologo e Chief Science Officer Michael Mina di eMed, azienda produttrice del test Test-to-Treat™."Collaborazioni come questa con lo Scripps Research Translation Institute sono una parte fondamentale degli sforzi per raccogliere dati basati sull'evidenza e rispondere a domande critiche associate ai risultati del trattamento. Siamo inoltre orgogliosi che questo studio non solo offra nuovi dati sui risultati del recupero e del trattamento da COVID-19, ma evidenzi anche i vantaggi delle partnership tra industria e accademici per accelerare la salute pubblica di alta qualità e la ricerca traslazionale".
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