Professione medica
Telemedicina
09/03/2023

Le frontiere della telemedicina, al via il congresso Sit. Ecco i temi affrontati

Più sperimentazioni in grande, meno progetti fai-da-te e più autonomia per professionisti e utenti della sanità nello sviluppare soluzioni informatiche su misura. La telemedicina passa anche da questo, come vi passa tutta l'informatica al servizio del medico. Se ne parla all'International Bologna Consensus Assembly on Telemedicine (10-11 marzo Grand Hotel Savoia Regency): un congresso promosso, su proposta della SocietaÌ Italiana di Telemedicina-SIT, da 29 Società Scientifiche, associazioni di medici, giuristi, ingegneri, professionisti della salute, cittadini e pazienti, Terzo Settore, Fondazioni ed enti nazionali ed internazionali di ricerca.
La consensus apre la prima giornata, con una rassegna delle principali esperienze di teleaudiologia, telemonitoraggio del diabete, telepneumologia, cardiologia e medicina d'area critica. Un cenno a parte meritano tele-neurofisiologia, dove sono state editate linee guida nazionali, e tele-pediatria, dove l'Italia ha avuto un ruolo chiave nelle nuovissime linee guida europee. Si parla anche di protezione delle infrastrutture critiche, ospite il Ministero della Difesa, di etica ed intelligenza artificiale, di reti assistenziali per le fragilità e trial clinici. Al sabato, la tavola rotonda interassociativa farà luce su programmi italiani ed europei per la messa a terra di visite e monitoraggi da remoto; si chiude con la consegna del premio dedicato a Giancarmine Russo, medico di famiglia fondamentale nello sviluppo della società scientifica. «La SIT è interlocutore che non entra in competizione con attori politici o dell'amministrazione territoriale. Noi analizziamo dati oggettivi e, alla luce della letteratura scientifica, offriamo suggerimenti ed istruzioni sicure su come fare al meglio le cose. In questa chiave -spiega il Presidente Antonio Vittorino Gaddi - vanno lette le nostre partecipazioni a tavoli istituzionali, l'accordo con Ministero della Difesa, l'accordo quadro con l'Istituto Superiore di SanitaÌ, il Cineca, l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, la collaborazione con i comuni in Ance, e con le società scientifiche che ci aiutano a disegnare la telemedicina del futuro».

A Bologna si parla di riforma della medicina territoriale e del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che posta 750 milioni per la telemedicina, da porre al servizio dell'assistenza domiciliare. «Sperimentiamo l'applicabilità delle linee guida Agenas in 5 campi per un bacino di 200 mila italiani da coprire entro il 2024: telemonitoraggio-telecontrollo in oncologia; gestione del paziente cardiopatico scompensato o con pacemaker; telepneumologia; gestione a distanza di malattie degenerative e Parkinson; monitoraggio dei pazienti diabetici. In questi anni post-pandemia è cambiato molto», sottolinea Gaddi. «Ieri si parlava di controllo delle ricette e rapporto tra cittadini e pubblica amministrazione, ora si parla di guarire o far stare meglio pazienti anche nell'intento di ottimizzare la presenza di medici che stanno sparendo. Aumentare il numero di professionisti sanitari e sociosanitari è, beninteso, per noi prioritario per la sopravvivenza del servizio sanitario pubblico, ma non possiamo trascurare il ruolo che le visite a distanza potrebbero avere nel seguire a distanza pazienti e nel mantenere i livelli essenziali di assistenza». Gaddi porge due esempi di sperimentazioni di successo. «Con gli anestesisti di Siaarti un progetto di dimissione protetta dalle terapie intensive dimostra che, a determinate condizioni e con dovute precauzioni, pazienti possono essere dimessi e seguiti da casa prima, senza problemi, risparmiando fino a 15 giorni di ricovero, e senza disagi rispetto ai tempi attuali. In Calabria, il progetto di telediabetologia a cura di Maurizio Cipolla- tra i fondatori SIT- ha consentito di gestire entro sei ore tutti salvo uno i 3800 alert pervenuti, classificati per gravità in verdi, gialli e rossi (questi ultimi finora considerati da trasportare in ospedale per ricovero e trattamento). Medico di famiglia responsabile del percorso clinico, farmacista ed infermiere vicino al paziente sono centrali -spiega Gaddi -e dovranno lavorare in sinergia per progettare e validare strumenti di telemedicina. In questi casi le amministrazioni devono porre il massimo riguardo all'autonomia delle tre figure nell'interesse del paziente, e bene faranno ad incentivare il ruolo di servizio ricoperto dall'impresa-farmacia».

Quanto al Fascicolo sanitario, «la strada è l'implementazione ma devono cambiare alcune premesse. Oggi non contiene tutti i dati dei pazienti ma per lo più ricette e qualche referto, spesso in Pdf, con dati non subito utilizzabili. Il PNRR investe 1,38 miliardi nell'interoperabilità e li stiamo usando bene, ma a mio parere, più che dalla transizione digitale e dagli informatici l'evoluzione del FSE passa dai professionisti della salute, dal dialogo delle loro società scientifiche con governo e regioni. E passa dalla sensibilizzazione dei cittadini: dovremo evitare che ad alimentare il fascicolo sia solo quella gran massa di dati "marginali" prodotti dai device giorno per giorno. Servono i dati di una vita, quelli che i cittadini si ritrovano nei faldoni di carta, trascritti nelle piattaforme e non scansionati». A Bologna si parla anche del Regolamento UE su uso ed implicazioni dell'intelligenza artificiale, intesa -sottolinea Gaddi - come «processi di machine learning per arrivare a diagnosi e terapie. Non rientrano invece sperimentazioni dove si usano algoritmi decisionali che suggeriscono interventi in base a parametri rilevati, ad esempio, da dispositivi di e-health». Le macchine hanno tanto da darci ma tanto da imparare. «Oggi nel decision making clinico ci sono prodotti di AI che aiutano, diciamo, in 9 casi su 10, nel decimo sbagliano e questo va detto ai pazienti. E andrebbe anche detto che un buon clinico in possesso di un fascicolo sanitario dettagliato tuttora può fare meglio della miglior intelligenza artificiale, anche di quella -esistente- che infallibilmente predice il rischio infarto da un fundus oculi, poiché -diversamente dal medico-è incerta nel definire le cause di quel rischio e la prevenzione da mettere in pratica. In futuro i sistemi saranno sempre più accurati, ma bisognerà sperimentare tanto, e il PNRR non investe chiaramente in sperimentazioni. Queste ultime, del resto, vanno affidate solo a player dotati di mezzi logico-matematici e potenza di calcolo. No al fai-da-te: se si sperimentasse a livello di singola Asl qualcuna rischierebbe di esporre masse enormi di dati a problemi di sicurezza in banche mal protette. E vanno coinvolti i giuristi: i sistemi di AI in medicina aprono implicazioni in termini di responsabilità: di chi è la colpa se un paziente muore a seguito di una manovra suggerita dalla macchina? Del medico che ha consultato il sistema o del programmatore?»
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