Politica e Sanità

giu12012

Sisma, 30% degli studi inagibili, medici attivi anche a domicilio

Sono circa il 30% gli ambulatori e gli studi di medici di famiglia e di pediatri al momento inagibili nelle zone colpite dal sisma, sono stati attivati dei Punti medici di emergenza ma i medici andranno anche a domicilio per gestire le difficoltà psicologiche e gli statai di ansia dei cittadini

Sono circa il 30% gli ambulatori e gli studi di medici di famiglia e di pediatri al momento inagibili nelle zone colpite dal sisma. Per far fronte a «questo grave problema» sono stati attivati dei Punti medici di emergenza ma i medici andranno anche a domicilio per gestire le difficoltà psicologiche e gli stati di ansia dei cittadini. È questa l’evoluzione della situazione del dopo sisma descritta da Dante Cintori, segretario provinciale modenese della Fimmg: «Abbiamo tutti i medici attivi che lavorano giorno e notte» spiega « nei Punti medici avanzati o nelle zone dove ci sono le tendopoli». E aggiunge: «Oltre agli eventi traumatologici il problema maggiore è quello legato agli attacchi di panico, che sono molto frequenti. In tal senso abbiamo anche deciso di fare ricognizioni casa per casa per tranquillizzare i cittadini, soprattutto i più anziani, e di fornire in alcuni casi anche gli ansiolitici». Sono, invece, tutti aperti gli ambulatori nella Provincia di Mantova, ma è stata potenziata la continuità assistenziale nei 2 distretti più colpiti: Ostiglia e Suzzara. Inoltre, l’Aifa ha comunicato ai medici prescrittori che, per quanto riguarda le terapie soggette a registrazione delle prescrizioni per via telematica, laddove sia necessario mantenere la continuità terapeutica e registrare un paziente proveniente dalla zona colpita dal sisma, è possibile proseguire le terapie senza procedere alla registrazione delle schede relative. Colpite dal sisma non solo le attività sanitarie ma anche quelle industriali del settore biomedicale, molto presente sul territorio, come spiega Gaetano Maccaferri, presidente di Confindustria Emilia Romagna: «Lì c'è il 10% del Pil regionale e l'1% di quello nazionale, parliamo di 60 mila aziende molte delle quali con forte componente tecnologica. Alcune piccole aziende» prosegue «potrebbero non riaprire ma c'è la volontà di conservare le attività produttive. È necessario un intervento rapido e un sostegno deciso in termini di certezza e consistenza degli aiuti».


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