giu282012
L'esposizione a suoni nelle ore notturne influenza negativamente sia l'attività della corteccia cerebrale sia la funzione cardiovascolare. E questo avviene anche nelle corsie ospedaliere. Lo dimostra uno studio condotto dalle università di Harvard e Cambridge, che quantifica in modo sistematico la capacità distruttiva di un ampio spettro di suoni prodotti in reparto di notte sul sonno dei pazienti ricoverati. Un campione di 12 volontari sani è stato sottoposto a uno studio polisonnografico di 3 giorni. Dopo una notte normale sono state condotte 2 notti di intervento, con presentazione controllata di 14 suoni comunemente prodotti in ospedale (per esempio: voci, telefono, traffico esterno, etc). I suoni sono stati somministrati a livelli di decibel calibrati e incrementali (da 40 a 70) nel corso di specifici stadi del sonno e si sono misurati gli stati di attivazione (arousal) encefalografici durante il sonno Rem e gli stadi 2 e 3 del sonno non Rem. La presentazione dei suoni ha determinato curve di risposta variabili in dipendenza del livello e del tipo di suono, e dello stadio del sonno. In generale, i suoni elettronici hanno determinato maggiore attivazione encefalografica rispetto agli altri, comprese le voci umane. Come atteso, i suoni somministrati allo stadio 3 della fase non Rem hanno prodotto attivazione con minore frequenza rispetto a quelli presentati in stadio 2 non Rem. Inaspettatamente, invece, i suoni presentati nel corso del sonno Rem hanno mostrato una probabilità di arousal meno variabile rispetto ai suoni somministrati in fase non Rem, e hanno prodotto una maggiore e più sostenuta elevazione della frequenza cardiaca istantanea. Alla luce di questi dati – concludono gli autori – appare evidente che, per ottenere la più alta qualità assistenziale, è indispensabile migliorare acusticamente gli ambienti, sia delle nuove strutture ospedaliere sia di quelle già esistenti.Ann Intern Med, 2012 Jun 11. [Epub ahead of print]