giu222012
Riforma Opg, le Regioni aprono al privato. Smi disapprova
La cronaca dell’incidente avvenuto nell'ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Reggio Emilia, richiama l’attenzione al tema della riforma degli Opg
La cronaca dell’incidente avvenuto nell'ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Reggio Emilia, dove un internato ha incendiato la propria cella, provocando lesioni anche agli agenti di polizia penitenziaria intervenuti, richiama l’attenzione al tema della riforma degli Opg, che, oltre a prevedere la loro chiusura entro il 2013, nella sua ultima versione riapre alla privatizzazione e modifica la titolarità delle strutture. Il testo, pronto per proseguire il suo iter, ha avuto numerose modifiche, volute dalle stesse Regioni, a cominciare, segnala il Sole24ore, dal cambio di rotta della titolarità di gestione delle strutture da parte dei Servizi pubblici di salute mentale locali. Nella nuova versione, si legge, infatti, che «le strutture residenziali sanitarie per l'esecuzione delle misure di sicurezza, devono essere realizzate e gestite dal Servizio sanitario delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano» mentre nella precedente era indicato che queste strutture «devono essere realizzate e gestite dalle aziende sanitarie, tramite i dipartimenti di salute mentale (Dsm)». Secondo gli esperti in questa dicitura si ripropone che alle Regioni si lasci la possibilità di aperta di "appalto" esterno dei servizi, come già ora accade per il 75% della residenzialità psichiatrica lasciata al privato sociale e imprenditoriale. In disaccordo con questo orientamento il Sindacato dei medici italiani (Smi), che considera la bozza in discussione un «pasticcio da rivedere radicalmente perché non si definiscono criteri di sicurezza certi per i professionisti che vi operano e non si prevede la presenza della polizia penitenziaria perimetrale, per il doveroso controllo». Dice, infatti, Gianfranco Rivellini, dirigente nazionale Smi e medico psichiatra: «Riformare era necessario, ma la scelta di costruire percorsi di assistenza adeguati e di chiudere un modello che era in una situazione di evidente criticità, se non spesso, di completa irregolarità, non può però essere il pretesto per un meccanismo di deregulation del sistema, stretto tra le spinte privatistiche di alcune regioni ed i tagli economici al settore socio-assistenziale del Governo, a danno della qualità del servizio, della tutela dei pazienti, della sicurezza e della professionalità dei medici».