Politica e Sanità

feb232021

Vaccini da medici di famiglia, aiuto reale per uscire da emergenza. Ora definire la logistica

Tutti si dicono a favore dell'accordo tra Governo, Regioni e sindacati per avviare le vaccinazioni anti-Covid negli studi dei medici di famiglia. «Si apre una nuova fase - sostiene il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici Filippo Anelli -. Avendo a disposizione nel Paese una rete capillare e prossima al cittadino di 40 mila medici vaccinatori - i medici di famiglia - e disponendo di un numero sufficiente di vaccini, sarà possibile in tempi relativamente brevi sottoporre a vaccinazione gli anziani, i pazienti più fragili e quelli affetti da particolari patologie». Con l'adesione alla campagna vaccinale «cercheremo di dare un reale e fattivo contributo al Paese per uscire da un'emergenza che ci sta mettendo a dura prova e come persone e come medici. Siamo ancora in guerra e siamo ancora in prima linea», spiega Pina Onotri, segretario generale del Smi motivando il sì della formazione al protocollo firmato da tutti i sindacati.

Silvestro Scotti, segretario nazionale della Federazione dei medici di medicina generale, lo definisce «un punto di partenza, non di arrivo» perché «verse Regioni, una decina, e aziende sanitarie, hanno già fatto i necessari accordi a livello territoriale, sulle caratteristiche organizzative, e possono partire sulla base delle dosi disponibile. Altre ancora no. È fondamentale che lo facciano in tempi brevi. È possibile agire anche in pochi giorni», spiega Scotti all'Adnkronos Salute. L'accordo è stato raggiunto, ma per permettere la vaccinazione domiciliare al medico di famiglia «servono caratteristiche organizzative di supporto, gestionali, di trasporto e distribuzione dei vaccini, che vanno attivate - spiega Scotti -. Possono essere avviate subito anche le vaccinazioni presso i centri vaccinali fatte dai medici di famiglia dei propri pazienti. E vanno definiti, dove non è stato fatto, le categorie da vaccinare negli studi, ove questi studi presentino caratteristiche di struttura, organizzative e personale adeguate, confrontabili a quelle che sono già state utilizzate per l'influenza». Una decina di Regioni «possono partire sin da subito, compatibilmente con la tipologia di vaccino e le dosi disponibili. Per la parte domiciliare alcune aree sono avanti, come Piemonte e Toscana». Ci sono invece altre Regioni in cui gli accordi non ci sono ancora e si sono avviati, intanto, accordi aziendali. «A questo punto è auspicabile un intervento regionale in modo da conformare e creare omogeneità su tutto il territorio nazionale. E noi vigileremo su questo. Noi medici di famiglia abbiamo dimostrato la nostra disponibilità firmando un accordo unitario con la parte pubblica. Ci auguriamo che le Regioni che non lo hanno fatto chiudano presto gli accordi necessari», conclude Scotti. «Il rapporto di alleanza che lega il medico al paziente, la conoscenza approfondita e costante delle condizioni cliniche del cittadino aiuteranno a raggiungere, in un clima di serenità e fiducia, gli obiettivi fissati dal piano di vaccinazione, nel rispetto della dignità di ogni persona», commenta Anelli.

Anche il virologo Massimo Clementi, in un'intervista all'Adnkronos Salute, sostiene di dover investire di più sui medici di famiglia, piuttosto che sulle Primule, i padiglioni a forma di fiore pensati da Arcuri per ospitare la fase della vaccinazione di massa. «Magari era anche qualcosa di carino - osserva - ma la Primula mi è sembrata un qualcosa di frivolo applicato a un problema serio. Lo trovavo un po' in contrasto. Invece - spiega il direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell'ospedale San Raffaele di Milano, docente nello stesso ateneo - mi sembra molto positivo l'accordo con i medici di famiglia per coinvolgerli nelle vaccinazioni e trovo molto utile l'offerta di Confindustria di somministrare vaccini nelle aziende. Mi sembra giusto aprire più canali e coinvolgere più attori, il tutto va a finire dentro una strategia vaccinale che dovrebbe però avere un coordinamento». Insieme alle parole del premier Mario Draghi sull'operazione vaccino, «il verdetto è che ci possono essere luoghi diversi dove affrontare le attività di immunizzazione», riflette Clementi. Secondo l'esperto, la domanda da porsi «non è tanto come si sta muovendo l'Italia, quanto piuttosto come sta agendo l'Europa. Perché l'Italia è un po' al seguito. E l'Europa è stata particolarmente statica in una prima fase, quando altri Paesi si sono mossi sui vaccini. Quindi noi purtroppo paghiamo un ritardo iniziale dell'Europa che si spera di colmare con i prossimi vaccini che arriveranno, a cominciare da J&J».
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