Politica e Sanità

set142018

Vaccini, comunicazione accurata per i "renitenti". Un libro suggerisce come muoversi

Perché dire no a una proposta irrinunciabile come quella di vaccinarsi contro malattie gravi e contagiose? A porre la domanda, e a proporre soluzioni per invertire la tendenza, è l'epidemiologo Pierluigi Lopalco, professore ordinario di Igiene presso l'Università di Pisa e grande esperto di vaccinazioni, in un libro edito da Edra Lswr dal titolo "Comunicare i vaccini per la salute pubblica". L'impatto sui "social" dei gruppi no-vax, favorito dall'assenza di interventi in Italia finalizzati a informare l'opinione pubblica in modo corretto, costringe il servizio sanitario a cambiare l'approccio alle famiglie. Sebbene munito di argomenti scientificamente forti, il camice solo in alcuni casi può risolvere l'esitazione sul vaccino o il rifiuto di un genitore. Il volume, con ampi excursus storici, ci insegna che i "no vax" di quando in quando si ripetono, e si ritirano con la prova, purtroppo a posteriori, che "vaccinarsi era meglio". E ci fa "vedere" le determinanti del pensiero di un genitore che dice no al vaccino per il figlio, esponendosi a un pericolo varie volte più elevato di contrarre la malattia da scongiurare. Infine, indaga le differenze nel comunicare su social, stampa, tv, pubblici dibattiti. Obiettivo: spingere tutti gli operatori sanitari ad attivare in poche mosse un dialogo efficace.

Professor Lopalco, come nasce il pensiero no vax?
«Le opposizioni ideologiche alle vaccinazioni sono sempre esistite. Già nel XIX secolo si formarono movimenti agguerriti contro l'antivaiolosa. Oggi alla base dello scetticismo c'è di certo la scarsa percezione del rischio di malattie infettive gravi che, grazie alle vaccinazioni, non sono più evidenti nella vita di tutti i giorni. Se chiediamo a una giovane mamma quali siano i sintomi della difterite, dubito sappia rispondere. La nonna saprebbe farlo, di casi di difterite ne avrà visti. A una distorta percezione legata a situazioni contingenti, si aggiunge la disinformazione architettata ad arte da un gruppo molto attivo di professionisti che lucrano in un modo o nell'altro sul sentimento antivaccinista. Queste persone (medici, avvocati, imbonitori vari) alimentano la paura di danni irreversibili cui può andare incontro il bambino vaccinato. Oggi sappiamo che il profilo di sicurezza dei moderni vaccini è altissimo, ma su un genitore ansioso certi argomenti hanno forte presa».

Il medico di famiglia che ascendente può avere su un genitore esitante?
«Da ogni indagine condotta su genitori di bambini in età di vaccinazione emerge che il medico di famiglia svolge un ruolo essenziale. Chi considera il proprio medico la fonte principale di informazione, in genere vaccina i propri figli. Purtroppo, molti genitori si affidano alle informazioni raccolte su Internet o, ancor peggio, molti medici non dedicano troppo tempo a parlare con i propri utenti. In questo "buco" comunicativo si infilano ciarlatani e imbonitori».

La comunicazione su giornali e tv sconta una perdita di autorevolezza?
«Il fenomeno esiste e credo sia da non sottovalutare; fa il paio con la perdita di autorevolezza di qualsiasi forma di mediatore: medico, insegnante, politico. Le ragioni sono complesse, parte della colpa va anche attribuita a debolezze emerse in questi soggetti di mediazione. Se il medico ha perso autorevolezza in parte anche è dovuto alla scarsa capacità di molti medici di comunicare, alla loro cronica mancanza di tempo per il paziente, ai sempre più gravi tagli alla spesa sanitaria pubblica».

Che fare se, magari, è il pediatra a dire "troppi vaccini, li diluiamo nel tempo"?
«Per fortuna, medici che facciano tali affermazioni sono pochissimi. Alcuni, grazie ad una azione sempre più ferma da parte degli Ordini, sono stati oggetto di sanzioni. Il medico che sconsigli le vaccinazioni o proponga calendari "alternativi" lo fa contro ogni evidenza scientifica e quindi infrange le regole dell'etica professionale. A essi, però vanno aggiunti tanti altri professionisti sanitari che, pur non facendo dichiarazioni così palesi, nutrono comunque una diffidenza di fondo verso le vaccinazioni, fondamentalmente legata ad una ignoranza della materia, studiata solo -e in maniera piuttosto limitata- nel corso di laurea. Per questi è fondamentale un piano di aggiornamento professionale».

I sanitari dovrebbero vaccinarsi loro per primi?
«Certamente sì. I professionisti sanitari sono largamente vaccinati contro l'epatite B: quella è una vaccinazione che accettano volentieri perché percepiscono chiaramente il rischio di infezione legato alla professione. Non è lo stesso per l'influenza, per cui ancora non si supera tra i sanitari il 20% di copertura in media sul territorio nazionale: l'operatore non percepisce il rischio del potenziale danno che apporterebbe ad un suo paziente fragile trasmettendogli l'influenza. O, se lo percepisce, non rappresenta un motivo sufficiente a superare il blocco psicologico che gli impedisce di accettare la vaccinazione».

Mauro Miserendino


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