Politica e Sanità

ago22018

Ps in difficoltà e chiusure estive, il ministro chiama i medici di famiglia

Assumere? Stabilizzare più medici aprendo i concorsi a chi ha lavorato senza avere la specialità? Investire con Inail su nuove strutture per "drenare" i troppi accessi? O utilizzare anche medici di medicina generale o continuità assistenziale? Le soluzioni proposte dal ministro della Salute Giulia Grillo per rendere "più europei" i nostri pronti soccorso, andati in tilt pure quest'estate, sembrano tante. Qualche Tg lega il boom di accessi estivo ai molti medici di famiglia in vacanza ma gli interessati replicano: "Alle solite, nessuno parla dei sostituti e degli studi regolarmente aperti". È anche vero che in questo momento i "sostituti" ci sono pure nei Ps, e rischiano di restarci anche quando farà freddo. E chi ci lavora chiede una sola cosa: più contratti di medici d'emergenza.

Dalle pagine di cronaca, tra gli accorpamenti di reparti strategici al San Camillo di Roma e la minaccia di chiusura estiva di alcuni reparti al Sud (Cardiologia a Crotone) il problema comune non sembra la carenza di strutture ma quella di medici. Che in PS è gravissima: i giovani, nella speranza di opportunità migliori, preferiscono non far carriera in prima linea; semmai, reclutati nelle coop, svolgono un lavoro a tempo. Perché l'emergenza, che dovrebbe essere il pilastro delle cure del servizio sanitario nazionale è il servizio più in difficoltà? È vero che i medici di famiglia ci mettono del loro nell'alimentare accessi impropri? Fabiola Fini, Presidente del Fimeuc, la Federazione che raggruppa le principali associazioni dei medici d'emergenza urgenza sgombra il campo dai dubbi: «Noi ci facciamo in quattro e i medici di famiglia idem, sopperiamo a un problema che riguarda tutti: non c'è ricambio. Né è detto che chi presta servizio nei Ps attraverso le cooperative non voglia continuare lì: ma per passare dal contratto con la coop alla stabilizzazione, che richiede una serie di contratti a tempo con il SSN o il possesso della specializzazione, preferibilmente in Medicina di Emergenza urgenza, il salto è lungo. Il problema è che la programmazione dei posti a medicina non è agganciata ai fabbisogni del servizio sanitario. In primo luogo occorrerebbe programmare più posti in specialità di Emergenza urgenza. Dagli altri specialisti che vi prestano servizio, i Ps spesso sono visti come porta d'ingresso nel mondo del lavoro nel servizio sanitario: si mette un piede qui e poi, se in possesso di una specialità, si fa concorso per lavorare in un reparto più consono ai propri indirizzi. E' vero che il numero degli ingressi alle scuole di specialità di EU è aumentato, ma solo di recente; ancora l'anno scorso si sono diplomati solo in 100 quando ne sarebbero serviti minimo 250. Il beneficio dei recenti incrementi si vedrà nel lungo periodo. Ma c'è un problema ancora più grave, la mancata programmazione. Da anni si sa che 6900 contratti di specializzazione non bastano, che ogni anno al test si presentano 16 mila aspiranti specializzandi. Su 10 mila neolaureati 3 mila ogni anno restano fuori dal SSN. Ma in ospedale ci arrivano lo stesso con contratti co.co.co e con le coop. Per le Asl è un risparmio, per i pazienti significa perdere la certezza di essere seguiti da operatori formati, per il servizio si tratta di rinunciare a un turnover vero, di non poter puntare su una continuità d'impiego di elementi spesso validi e di non erogare i livelli essenziali di assistenza».

Quanto ai medici di famiglia «sono con la nostra, la continuità assistenziale, il 118 la categoria che più risente delle difficoltà di turnover. Tra esodi e sostituzioni esiste un grave gap in queste aree così come in alcune specialità, penso ai pediatri. In realtà ci vorrebbero 10 mila contratti l'anno per garantire il SSN. O innesti mirati nelle scuole delle specialità a rischio. Che il Ps sia un'alternativa al territorio, il paziente lo pensa in tutte le stagioni, salvo poi imbattersi nelle carenze da cui fuggiva. Urge trovare fondi per il riequilibrio tra laureati in medicina e posti in specialità». L'allarme di Fini si ritrova in una battuta di Giovanna Esposito, che l'ha preceduta al vertice Fimeuc. «Finché nelle regioni in deficit il turnover è rimasto bloccato i medici si indirizzavano al Nord, spesso tramite passaparola, e si verificava un apparente equilibrio tra domanda ed offerta; quando, raggiunti a fatica i pareggi, al Sud sono stati rimossi i vincoli al turnover ed è diminuita l'emigrazione si scopre che i candidati ai concorsi sono insufficienti sia a Nord sia a Sud. Io credo che il campanello d'allarme sia già suonato da tempo, e non solo per i PS ma per tutto il servizio sanitario».


Mauro Miserendino
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