Politica e Sanità

nov72018

Nuovi strumenti informatici e sicurezza, se ne parla al Congresso Ame. Il 42% dei medici utilizza WhatsApp

Il 42% dei medici utilizza WhatsApp per comunicare con i propri pazienti e il 29%, che ancora non sfruttano l'app di messaggistica con i pazienti, ha dichiarato che ha intenzione di servirsene in futuro. È quanto emerge da un'indagine dell'Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano di cui si parlerà al congresso nazionale Ame, Associazione Medici Endocrinologi che aprirà i suoi lavori domani 8 novembre.

«In realtà non cambia la professione e il suo contenuto», spiega Agostino Paoletta, Endocrinologia Ulss 6 Euganea Padova, «cambia il modo in cui viene esercitata. La tecnologia mette a disposizione nuovi sistemi di organizzazione interna (fascicolo sanitario, firma digitale, elaborazione informatica di informazioni, strumenti di diagnosi che raccolgono dati personali, device di monitoraggio che consentono una comunicazione continua, ecc. ecc.) e nuovi strumenti di relazione con i pazienti, obiettivamente più rapidi e funzionali (mail, WhatsApp, sms, internet che già oggi consentono di prenotare visite e esami comodamente da casa). I medici sono sempre più attenti alle nuove tecnologie e sono consapevoli che sarebbe anacronistico non impiegarli anche nella comunicazione con i pazienti. WhatsApp consente lo scambio di dati, immagini e informazioni; ma anche l'utilizzo di software e App in ambito sanitario è cresciuto negli ultimi anni rivoluzionando completamente il rapporto tra pazienti, medici e operatori sanitari. Le soluzioni digitali potrebbero giocare un ruolo fondamentale nel supportare la transizione verso nuovi modelli di cura. Ma a fronte di un'innegabile rapidità e immediatezza di comunicazione, aggiunge Paoletta, le nuove tecnologie informatiche pongono numerose problematiche tra cui quelle connesse al trattamento dei dati personali sensibili. Le criticità riguardano la preoccupazione del medico relativamente al carico di lavoro supplementare non preventivato e non codificato. Se si pensa al numero di pazienti per medico si può capire quale possa essere la mole di lavoro dovuto al solo scambio di messaggi ma, l'altro aspetto, è relativo a come queste interazioni debbano essere considerate, ovvero sono da considerarsi a pieno titolo prestazioni sanitarie che però restano nella buona volontà del singolo medico? Parallelamente», prosegue Paoletta, «non va sottovalutata la possibilità di commettere errori in merito alle decisioni cliniche da prendere nei riguardi del paziente che ha inviato il messaggio in un particolare momento della giornata, magari non avendo sottomano la cartella clinica del paziente, e gli eventuali rischi legati ad un mancato rispetto della normativa sulla privacy», conclude l'endocrinologo.

A diramare qualsiasi dubbio l'Avvocato Maria Giovanna Savio che avverte «nel rapporto con i pazienti, l'uso di strumenti informatici (come WhatsApp, sms, mail, ecc.) non muta il contenuto della prestazione professionale e le responsabilità da essa derivanti, poiché il documento informatico ha pieno valore di legge. Questo, evidentemente, comporta la necessità di una riflessione sulla nuova dimensione della prestazione medica anche da parte delle Istituzioni Sanitarie».


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