Politica e Sanità

dic52021

Nuovi farmaci e materie prime fatte in casa. Come i Fondi Ipcei Ue aiutano imprese e ricerca

Nuovi farmaci e materie prime fatte in casa. Come i Fondi Ipcei Ue aiutano imprese e ricerca
Il Covid-19 ha messo in risalto la difficoltà dei paesi dell'Unione europea sia ad approvvigionarsi di farmaci e dispositivi medici sia a reagire alla pandemia sviluppando le tante ricerche partite sul suo territorio. Sono mancati strumenti in grado di accelerare la ricerca sui vaccini, e coordinamento tra stati membri per sostenere la creazione di capacità produttiva: dei "plus" che in realtà ci sono ma devono crescere. Si tratta degli Important Projects of Common European Interest o Ipcei, adottati da Bruxelles nel 2014 che tra l'altro consentono ai 27 stati membri di offrire aiuti a chi fa ricerca, innovazione, primo sviluppo industriale.

Se ne è parlato nel web meeting di Edra e Centro Studi Americani dal titolo "Investire in Italia per essere competitivi: Ipcei Health e gli strumenti di sviluppo nel settore farmaceutico". Tra gli ospiti - moderati da Beatrice Lorenzin, Coordinatrice Health & Science Bridge e Centro Studi Americani - rappresentanti dell'industria e della politica. Ad oggi sono stati lanciati cinque Ipcei, come spiega Barbara Testori Coggi consigliera di Alisei (Advanced Life Science in Italy), Cluster Tecnologico Nazionale delle Scienze della Vita che promuove l'interazione tra ricerca multidisciplinare, industria farmaceutico-biomedicale e istituzioni pubbliche. I cinque progetti strategici si concretizzano in altrettante cordate di imprese finanziate da stati membri Ue sui seguenti settori: microelettronica (2018); batterie (litio 2019 e altro tipo 2021, Italia partecipa); infrastrutture digitali e cloud (allo stadio di prenotifica); ed idrogeno (in corso di adozione). «Un Ipcei è presentato da uno stato membro ma va approvato a Bruxelles dalla Commissione Europea e il sì arriva se soddisfa criteri stringenti. I progetti devono porsi l'obiettivo di rinforzare la competitività; devono creare catene di valore; devono favorire una crescita sostenibile; devono conferire un valore aggiunto; non limitandosi ad aggiornare una struttura industriale esistente ma sviluppando una dimensione innovativa».

Da un anno, la Francia sulla base di un forum strategico promosso nel 2019 dalla Commissione europea che aveva identificato 9 possibili Ipcei, ha lanciato la proposta di un progetto di comune interesse europeo per la salute e ha iniziato a promuovere le adesioni nel 2020. Hanno aderito subito Germania, Italia, Spagna e Austria. In parallelo alla Francia, altri stati hanno pubblicato le loro call per Ipcei sulla salute come Ungheria, Repubblica Ceca, Irlanda, Romania. Il campo di applicazione del progetto francese è vasto e per adesso, continua Testori Coggi, abbraccia: l'innovazione nei processi per ridurre le dipendenze e favorire la transizione ecologica nei farmaci; le terapie innovative per migliorare l'efficacia e i costi di produzione; la medicina personalizzata; le crisi sanitarie. «La Francia ha già lanciato un bando di gara a livello nazionale per chiedere alle sue industrie dove erano interessate e ora lo ha ristretto a industria 4.0, produzione di vaccini, oncologia, capacità produttive modulari. Lo scorso 25 novembre la commissione Ue ha modificato i criteri per adottare un Ipcei in ogni stato membro chiedendo più trasparenza e più inclusività nonché di favorire la partecipazione delle piccole imprese; inoltre ha identificato come obiettivo strategico quello di accelerare la transizione "green" e le tecnologie pulite». L'Italia partecipa a tutti gli Ipcei in corso; il 12 luglio il Ministero dello Sviluppo economico ha adottato un decreto che attribuisce 1,7 miliardi ai soggetti partecipanti ai sei Ipcei complessivi adottati e da adottare incluso l'Ipcei salute. Ma appare fondamentale partecipare al progetto sulla salute. «Per essere sicuri che i nostri progetti siano adottati dobbiamo concentrarci sulle tecnologie digitali e dimostrare che rispondono a bisogni strategici: ad esempio, non si rivolgano solo a farmaci innovativi per i quali il 77% ingredienti è prodotto nell'Unione europea, ma interessino soprattutto i farmaci off patent per i quali dipendiamo da produttori di Cina ed India».

Per inciso, «c'è un secondo strumento comunitario che consente aiuti di stato per finanziare la ricerca: il temporary framework, intervento temporaneo per le misure a sostegno dell'economia in emergenza Covid, di recente rinnovato (scadeva a dicembre 2021 ma slitta fino a giugno). Questo strumento ha però un limite: la sovvenzione arriva se l'investimento si conclude entro 6 mesi dalla concessione dell'aiuto di stato. Paesi come la Francia hanno interpretato la norma Ue in modo flessibile aiutando le proprie grandi industrie», dice Testori Coggi. «Come Alisei abbiamo presentato un piano con cui cerchiamo di aiutare progetti industriali italiani che servono a produrre ingredienti per farmaci europei. A maggio il Ministero dello Sviluppo per implementare il temporary framework ha scelto come strumento il contratto di sviluppo ed oggi in Italia è questo il mezzo da cui si passa per un aiuto di stato per investimenti industriali».
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