Politica e Sanità

feb92018

Microchip nei camici, a Salerno i medici lanciano l'allarme: rischio scatola nera

«All'inizio sembrava un bottone di riserva nel caso se ne staccasse uno dal camice. Poi l'ho visto da vicino, l'ho ingrandito con lo zoom del telefonino, ho visto l'etichetta cui corrispondono un microchip e una serie di codici alfanumerici che ho scoperto corrispondere al nominativo del medico: il mio, quello del collega, insomma, del dipendente Asl».

Biagio Tomasco, responsabile politiche sanitarie e sociali Uil Fpl Salerno, ha lanciato l'allarme sull'utilizzo del microchip per controllare i sanitari dell'Asl. I sanitari o solo i camici? Il dilemma si è già posto in altre realtà. Il primo allarme è stato lanciato a primavera 2017 per i 22 mila dipendenti della sanità ligure che si sono accorti di dispositivi celati nel camice. La stessa cosa è stata denunciata a metà 2017 all'Asl di Modena. Adesso arriva a Salerno mentre sui media rimbalza la notizia dei braccialetti ai polsi delle maestranze di Amazon in una regione dove già - a Napoli nei reparti degli ospedali Ruggi d'Aragona, Loreto Mare e Cardarelli - è introdotto l'uso delle impronte digitali al posto del cartellino per scoraggiare i "furbetti". «Ma Rispetto ad Amazon qui la cosa è più grave perché fino a prova contraria si va ancora più lontano di un dispositivo in grado di riconoscere dov'è la merce da prendere e, incidentalmente, localizzare l'operatore. Qui - dice Francesco Medici del direttivo Anaao Assomed - siamo in presenza di un microchip capace in teoria non solo di localizzare il medico ma di registrare ciò che dice, fare da "scatola nera", e renderlo ricattabile da chi avesse la possibilità di accedere al sistema e interesse a seguirne i movimenti». «E' esattamente questa la prima cosa che ho pensato, la scatola nera che registra le opinioni del medico o dell'infermiere. Anche non registrasse, non sappiamo perché stia nei nostri camici, a cosa serva, come funzioni. E anche l'Asl afferma di non sapere nulla». In Liguria i produttori hanno spiegato che il dispositivo consente di non smarrire il camice abbinandolo al sanitario con nome e cognome. Analogamente la ditta aggiudicataria del bando di noleggio e lavaggio della biancheria e del vestiario dei dipendenti all'Asl Salerno, ripresa da un comunicato dell'Asl, ha precisato che le divise sono chippate per contarle e tracciare l'entrata e l'uscita dallo stabilimento, che il chip è solo per alcune aziende, è assimilabile all'etichetta identificativa del capo, traccia i movimenti dell'articolo e non del sanitario. Affermazioni "consolanti", per Tomasco, che però vede definito sul sito del produttore il dispositivo informatico «strumento rivolto sia ad accrescere la produttività sia a proteggere attraverso una strategia di localizzazione i fornitori di servizi dalle frodi del dipendente, da rendimenti fraudolenti, da mercato nero ed altri "incidenti"». Per i sindacati è ineludibile un confronto.

«Non hanno pensato - esemplifica il dirigente Uil - che se è vero che il mondo è fatto di "furbetti", uno di questi può prendere il camice del collega e uscire a prendere il caffè o altro. Come sindacati riteniamo necessario tenere alta la guardia sugli usi del microchip, ed ottenere una certificazione delle specifiche e degli obiettivi». Sui media lo stesso Tomasco ha ricordato come il dispositivo di legge sulla videosorveglianza nel lavoro prevede che eventuali impianti audiovisivi per il controllo a distanza dell'attività dei lavoratori siano impiegati solo per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale. «Ma prima di installarli ci vuole un accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali». In particolare, la legge dice che il lavoratore va informato adeguatamente sulle modalità d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal testo unico privacy (legge 196/2003).


Mauro Miserendino
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