Politica e Sanità

set202021

Medici di famiglia e passaggio a dipendenza, un articolo riapre la bagarre. Nel mirino i sindacati contrari

«I 7 miliardi di euro del recovery fund disponibili per migliorare l'assistenza territoriale rischiano di essere buttati al vento se i medici di famiglia non si convinceranno ad andare a lavorare dentro le 1288 nuove case della comunità previste entro il 2026». Così termina l'articolo di Milena Gabanelli, Simona Ravizza e Mario Gerevini sul Corsera di ieri intitolato "la lobby che governa i medici di famiglia", innestandosi nel tema oggetto di un altro pezzo degli stessi autori, del 23 maggio scorso, di identica risonanza sui gruppi social di categoria, favorevole al passaggio a dipendenza dei medici di medicina generale.

L'articolo di allora, prendendo spunto da una bozza Agenas, invocava un maggior controllo contrattuale sulla medicina di famiglia dopo il flop dell'assistenza territoriale nella gestione del Covid-19, e poteva apparire come un "grido di dolore" della pubblica opinione verso una mancata risposta assistenziale di alcuni medici. Invece, il servizio di ieri mira a denunciare le corporazioni di categoria e le loro "antistoricità". Dopo aver ricordato che la categoria è beneficiaria dal 2020 di 235 milioni per la diagnostica in studio - fin qui non visti - e che è attesa da un compito arduo nei prossimi anni (fare prevenzione, seguire i malati cronici, evitare quegli codici bianchi e verdi in pronto soccorso che oggi caratterizzano l'87% degli accessi), l'articolo evita di soffermarsi su cliché tipo gli alti stipendi e gli orari minimi, anzi ammette che la categoria è svantaggiata rispetto alle altre attività mediche. Fa in tal senso l'esempio della formazione post-laurea. Ma soggiunge che sono sindacati e società scientifiche a guidare nelle regioni quel triennio che porta in tasca all'aspirante Mmg appena 966 euro al mese, con le tasse da pagare, a differenza dei 26 mila euro annui esentasse degli specializzandi di altre discipline, delle 4 mila sterline dei giovani medici inglesi, dei 5 mila euro dei pari grado bavaresi. Se scarsa considerazione c'è per il medico di base, essa non dipenderebbe dalle carenze delle istituzioni politiche, ma da un mix perverso tra i pochi soldi a disposizione delle regioni e le convenienze della lobby corporativa. Fimmg, Simg e Snami da una parte trattano con il governo le prestazioni da offrire e dall'altra formano i futuri dottori in corsi regionali ai cui vertici ci sono molto spesso loro esponenti.
Nell'articolo si insiste sulle sigle più seguite: il sindacato Fimmg, che rappresenta il 63% della categoria, e la Società italiana di medicina generale il cui leader Claudio Cricelli - al vertice in realtà non dal 1991 ma dal 1998 - sarebbe legato a posizioni di rilievo in due software house leader di mercato, Dedalus e Genomedics. In altre parole, le istituzioni chiave della medicina di famiglia non solo allevano dei futuri medici ma - fidelizzandoli all'uso di loro prodotti - dei continuatori del loro pensiero e di un sistema, connesso alla convenzione, "poco trasparente e intriso di conflitti d'interesse".

L'accusa va più in là: se oggi dai corsi non escono medici sufficienti a rimpiazzare chi va in pensione la colpa è davvero l'errata programmazione delle istituzioni negli anni scorsi o non c'è lo zampino di un "cartello" di medici? Quando la Regione Lombardia, imitando la Baviera, trasforma in apprendistato pagato 2400 euro al mese il tirocinio del medico di famiglia - anziché magari plaudire - "Carlo Roberto Rossi (Snami Lombardia, ndr) e la Fimmg escono con comunicati sdegnati". In filigrana emerge il fantasma del sindacato-cartello di professionisti che mantiene i giovani medici di famiglia pochi e mal pagati, ma destinati in fondo ad una convenzione che alla fine chi l'ha si tiene ben stretta malgrado eserciti una professione considerata all'esterno "di serie B, spesso utilizzata come ripiego da chi non entra nelle scuole di specialità". Rispetto a sei mesi fa, il tema aperto dal principale quotidiano italiano non è più dunque l'inadeguatezza del modello contrattuale della convenzione, ma la correttezza della posizione di chi sostiene tale modello. E ci riporta all'imminente discussione in Parlamento del nuovo disegno di legge sulla concorrenza e alle sue potenziali ripercussioni anche sul futuro della medicina generale nel Servizio sanitario nazionale.

Mauro Miserendino
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