Politica e Sanità

feb162017

Medici di famiglia chiamati a prenotare esami e visite, in Piemonte parte il piano anti-code

Giovani specialisti impiegati negli ospedali pubblici "fuori orario" per smaltire le code; libera professione intramoenia chiamata ad "aprire le agende" per dare un contributo contro le lunghe liste d'attesa; due canali differenti d'accesso al Servizio sanitario per razionalizzare le risposte (uno per monitorare i pazienti cronici e uno per prime visite ed acuzie); medici di famiglia chiamati a prenotare esami e visite specialistiche: è ambizioso il piano d'intervento triennale per la sanità piemontese presentato dall'Assessore Antonino Saitta e dal nuovo Direttore regionale Renato Botti. Si punta molto sui 250 giovani medici che ogni anno si specializzano nelle varie scuole per impiegarli di notte e al sabato, specie nelle branche dove ci sono vuoti di offerta (ortopedia, oculistica). Il progetto iniziale era di pagarli a gettone ma di fronte alle pressioni sindacali la Regione ora ventila percorsi più "canonici". I sindacati sono stati invitati al confronto, e dovranno inviare loro suggerimenti. Fa discutere soprattutto il trend -in atto anche in Toscana e Veneto - di collegare i medici di famiglia alle agende degli ospedali per consentire loro di prenotare l'esame appena prescritto dal gestionale. Per Gianfranco Breccia, segretario del sindacato Snami, si tratta di «iniziativa non concordata con i sindacati e campata per aria».

«Il nonsenso - dice Breccia - è sperare di incidere sulle attese affidando al medico la prenotazione, un'incombenza che gli toglie del tempo (anche perché con quanto ci viene passato dalla convenzione il collaboratore non tutti l'abbiamo). Se ci avessero interpellati prima gli avremmo detto che non basta accollare un'ulteriore incombenza. La prenotazione da studio mira ad agire un po' come il numero verde che prenota il cittadino in cerca di un esame nel primo posto disponibile. Ma in quale ambito? In Lombardia l'offerta è ampia e i milanesi trovano risposte in città, gli altri in "provincia" non lontano da dove si trovano. Qui siamo in una regione in piano di rientro, dove le attese sono lunghe, se da Ivrea prenoto un paziente a Cuneo perché è là, poniamo, il primo posto raggiungibile, mi va nel privato, e addio risposta del Ssn. Faccio fatica a indirizzare assistiti fuori dal raggio di 20 chilometri. E le cose potrebbero peggiorare se s'impiegano giovani medici, alcuni pazienti mi dicono "ho trovato un dottorino", anche se hanno avuto di fronte un collega preparatissimo. Se i giovani camici scappano un motivo ci sarà, questo paese non è generoso con loro». Roberto Venesia segretario Fimmg Piemonte, ravvisa meno contrarietà.

«C'è un tentativo di regolare la domanda e di migliorare l'offerta, il doppio canale in particolare è una risposta razionale, un conto è la prima visita, altro i controlli; su questa razionalizzazione credo la Medicina generale abbia molto da dare, prendendo in carico le cronicità. In Piemonte abbiamo dimostrato di poter gestire il diabete in modo integrato con una mortalità ridotta». Sulla prenotazione da studio vengono le dolenti note. «In teoria si può fare per il paziente -riflette Venesia- ma non deve essere l'ennesima incombenza che toglie tempo all'ascolto di altri pazienti. Se ben utilizzati, il nostro studio e la nostra attività clinica possono dare soluzioni - anche diagnostica di primo livello, rispondendo al problema delle attese negli ambulatori ospedalieri. Sarebbe un errore invece trasferire sulle nostre persone la logica dello sportello, ad esempio l'ipotetica trattativa con il paziente che non può andare a fare quel test il lunedì ma preferisce altre opzioni. In questo momento stiamo sopportando aggravi di tempo per l'informatizzazione, le voci del nuovo catalogo delle prestazioni regionale spesso non coincidono con quelle da noi utilizzate: fare le impegnative è più difficile, magari sono spendibili in Lombardia ma non in Valle d'Aosta. Queste criticità vogliono dire impiegare già adesso tanto tempo in più. Se vuole le prenotazioni da studio, la Regione deve investire. Qui solo il 40% dei medici ha il collaboratore e solo questa figura può darci una mano, insieme a un software adeguato».


Mauro Miserendino
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