Politica e Sanità

lug102018

Mario Negri, Remuzzi: focus su comunicazione e integrazione delle conoscenze

Bergamasco, 69 anni, Giuseppe Remuzzi è il nuovo Direttore Generale dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. Succede a Silvio Garattini che diventa presidente del CdA. Nefrologo, ematologo, ricercatore insignito di premi internazionali prestigiosi (Hamburger, John Peters Award, Amgen, Luis Hernando, Lennox Prize), è stato a lungo Direttore della Nefrologia e del Dipartimento di Medicina dell'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che ora lascia per assumere la direzione del Mario Negri. Non lascia però l'insegnamento dedicandosi soprattutto agli specializzandi in Nefrologia che frequentano il reparto dell'Ospedale di Bergamo. La sua voglia di insegnare si è concretizzata anche nell'organizzare Master in patologia renale e in farmacologia clinica, rivolti rispettivamente ai giovani desiderosi di imparare a riconoscere i quadri anatomopatologici del rene, e a chi si vuole dedicare allo sviluppo di nuovi farmaci, in una prospettiva di collaborazione tra industria del farmaco e mondo accademico.

Il passaggio dalla direzione di una struttura clinica ospedaliera a quella di un istituto di ricerche rappresenta in realtà un modo per continuare un rapporto di collaborazione, quello appunto tra Ospedale di Bergamo e Mario Negri, iniziato ormai tanti anni fa grazie a un'intuizione dell'allora direttore generale dell'Ospedale, Franco Provera. Già in quei primi anni Ottanta nasceva e cresceva forte l'intuizione che la medicina clinica debba trarre impulso dalla ricerca sperimentale e a sua volta fornire a questa gli spunti per avere nuove idee, verificare ipotesi e proporre soluzioni ai problemi degli ammalati.

«Senza unire clinica e ricerca si rischia di non dare risposte adeguate», dice Remuzzi che in questi anni ha applicato il modello alle malattie renali croniche. «Fino agli anni Novanta la malattia renale cronica era vista come una condizione che inevitabilmente conduceva alla dialisi, un trattamento che salvava sì la vita di pazienti che avevano perso la funzione di un organo indispensabile per la sopravvivenza, ma li obbligava a dipendere da una macchina 4-5 ore al giorno per tre volte alla settimana per tutte le settimane del mese per tutti i mesi dell'anno, con complicanze e disturbi che ne rendevano povera la qualità della vita. Si facevano pochi trapianti, che spesso non avevano successo, ed erano complicati dagli effetti tossici dei farmaci antirigetto. Inoltre la consapevolezza della gente e delle istituzioni sanitarie sul reale peso che la malattia renale ha sulla salute pubblica non era molto alta. Oggi sappiamo che colpisce quasi 900 milioni di persone nel mondo, si muore di più di malattie renali che di AIDS, malaria e tubercolosi messe insieme».

Gli studi di Remuzzi e dei suoi colleghi hanno permesso di capire che la MRC non è inevitabilmente destinata a progredire negli anni fino alla dialisi, ma che con opportuni interventi farmacologici l'evoluzione può essere rallentata o bloccata. Non tutte le forme possono beneficiarne, per esempio la MRC associata al diabete - principale nefropatia che porta alla dialisi in molti paesi - va individuata molto precocemente, solo così la si può fermare. Il problema è stato l'oggetto di uno studio condotto a Bergamo e pubblicato sul New England Journal of Medicine.

Sul versante della ricerca nei trapianti, un contributo importante portato dal gruppo di Remuzzi dimostra come si possano utilizzare con successo anche reni di donatori anziani, anche ultraottantenni prima esclusi dalla donazione, utilizzando anche due reni per lo stesso ricevente, così da avere più organi a disposizione per chi è in attesa di un trapianto. Oggi la frontiera si va spostando verso l'impiego di tecniche che permettano di riparare o rigenerare gli organi, per esempio con l'utilizzo di cellule mesenchimali. Ma il Mario Negri guarda più avanti. «Il futuro della medicina si basa non solo sullo sviluppo di nuovi farmaci, ma anche di metodi di modificazione del DNA, prodotti capaci di rigenerare tessuti, agenti biologici in grado di interagire con il sistema immune alterato quando questo è all'origine della malattia, test che ci consentono di capire le dinamiche patogenetiche della cellula renale». Di come la medicina stia passando da vecchi a nuovi approcci di cura tratterà "Frontiers in Renal Pharmacology", la rivista che Remuzzi dirigerà. «Nel mio nuovo incarico al Mario Negri mi pongo almeno due obiettivi, il primo "bring biology into the clinic", è integrare fortemente la ricerca clinica con quella sperimentale; il secondo è fare informazione, tanta, in continuità con quanto l'Istituto ha fatto benissimo finora, ed esaltando l'indipendenza e l'attenzione alla salute pubblica e al Servizio Sanitario Nazionale».

La continuità con Garattini? Entrambi bergamaschi, instancabili, capaci di pensare in grande. Le loro strade si sono incrociate due volte, quando arrivato agli Ospedali Riuniti di Bergamo Remuzzi fu indirizzato per fare ricerca all'Istituto Mario Negri - allora operativo da poco più di una decina d'anni - e qualche anno dopo quando incontrandosi a Londra hanno constatato come, un po' di voglia di fare e un investimento delle banche locali, potessero replicare il modello Milano nella loro città. Oggi il Mario Negri a Milano conta su 500 ricercatori, a Bergamo su 200 di cui 70 al Kilometro Rosso e 130 al Centro Aldo e Cele Daccò. Ci occupiamo di tumori, di malattie del sistema nervoso centrale, di malattie cardiovascolari e poi di malattie renali, di immunologia dei trapianti e di malattie rare».

Non solo capacità di scrivere e di spiegare, di Remuzzi si ricorda un epico confronto con Celentano in tv sulla donazione di organi, anni Novanta. «E' stato difficile, di fronte a 9 milioni di spettatori, ti rendi conto che con Celentano non puoi sbagliare niente, basta un suo sorriso o un suo silenzio per orientare gli spettatori dove vuole lui». Quando la Politica dice cose tagliate con l'accetta, l'istituzione scientifica deve essere prima prudente o prima franca? «Noi dobbiamo dire le cose come stanno, e lasciar parlare dati e numeri. Prendiamo per esempio la polemica sui vaccini, i numeri sono questi: nel 2017 abbiamo avuto un'epidemia di morbillo che ha causato circa 7000 infezioni che hanno provocato complicanze gravi nel 40% dei casi e ben otto morti, ecco perché il decreto del Ministro Lorenzin è così importante. E poi, non ci vacciniamo solo per noi ma anche e soprattutto per gli altri, quelli che il vaccino non lo possono fare. Il Mario Negri dovrà occuparsi sempre più di benessere degli anziani e di malattie legate all'invecchiamento - uno dei grandi problemi dell'Italia. Nascono pochi bambini e fra 30 anni quando saremo un paese di grandi anziani dove finirà quello che chiamiamo "welfare"?»
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