Politica e Sanità

nov142017

Lea, in vista tagli a prestazioni. Sempre più decisivo ruolo dei fondi integrativi

Tra le prestazioni del servizio sanitario pubblico alle prese con la stabilità ce ne sarebbero più in uscita che in entrata. Perciò cresce l'esigenza di fondi sanitari integrativi anche in vista del 2020 quando la nostra sanità sarà finanziata al 6,2% del Prodotto interno lordo, sotto il livello di sopravvivenza del 6,5% stimato dall'Ocse. La conferma arriva da Vincenzo Panella responsabile della Direzione Salute Regione Lazio al seminario dell'Università Bocconi che per la prima volta esamina le prestazioni di un Fondo privato, quello di 100 mila dipendenti di Intesa San Paolo ed altrettanti loro familiari. «A pochi mesi dalla sua istituzione -dice Panella- la Commissione Nazionale di Monitoraggio dei Livelli Essenziali di Assistenza di cui faccio parte ha aggiunto ai Lea l'adroterapia (radioterapia con ioni e protoni) per forme di tumore selezionate e non altrimenti curabili. Ma il gruppo che opera sui Drg ne ha aggiunti altri 40 a quelli ad alto rischio di inappropriatezza se erogati in regime di ricovero ospedaliero ai 108 noti, e il gruppo che opera sul nomenclatore delle prestazioni, ribattezzato "gruppo delisting", sta individuando Lea da eliminare nella specialistica ambulatoriale. Lo sviluppo dei fondi integrativi può allentare la pressione su prestazioni Ssn meno prioritarie, e costruire percorsi di cura coerenti nella gestione delle cronicità». Dal Fondo Intesa San Paolo arrivano dati che testimoniano come questi fondi possano rivelarsi per gli iscritti fonte di minori diseguaglianze rispetto a quelle registrate nell'attuale sanità pubblica. In particolare nel caso dell'odontoiatria che nel 2016 ha rappresentato circa 9 miliardi su 36-39 di spesa sanitaria a carico dei privati.

Prima sorpresa: la spesa degli aderenti non pare legata tanto al reddito medio dei territori quanto all'offerta sanitaria locale. Inoltre, in singoli contesti gli esborsi dell'assicuratore, che in genere scendono da Nord a Sud, si livellano, creando i presupposti per prestazioni più accessibili e in modo omogeneo. Il Fondo in questione con 188 milioni di spesa 2016 costituisce peraltro il 4% della spesa sanitaria privata mediata da mutue e fondi integrativi, che ammonta giusto al 2% della spesa sanitaria totale (quella privata out of pocket è intorno al 22%, il restante 76 è mano pubblica). Il grosso delle spese si registra in Lombardia, Piemonte, Lazio e Liguria, incoraggiando la tesi che la spesa privata sia legata alle regioni a maggior reddito. «Tuttavia si genera nei capoluoghi»,spiega Mario Bernardinelli direttore del Fondo. «A pari reddito, i bancari di Torino, Milano e Roma spendono molto di più dei loro colleghi dei dintorni, e il dato appare legato all'offerta di servizi presente sul territorio». Difatti, nelle grandi città è presente il 29% dei centri convenzionati FSI che copre una popolazione pari al 12% del totale degli assistiti. «Si osserva inoltre -continua Bernardinelli- una variazione tra un'area geografica e l'altra più forte nella spesa sostenuta per rimborsare i pazienti che hanno pagato la prestazione, anziché nella spesa sostenuta dalla Cassa in convenzione diretta con il professionista».

Nell'Odontoiatria dove le spese sono quasi sempre sostenute dai privati, la seconda sorpresa: se si fa un rapporto tra la variabilità degli esborsi sostenuti e la loro media (coefficiente di variazione ndr) si scopre la massima variabilità tra regioni (63%) mentre nel campione degli iscritti Fsi lo stesso coefficiente si abbassa al 13%. Scende più per le tariffe pagate direttamente dal Fondo ai dentisti convenzionati e meno per l'assistenza indiretta. La relazione di Marianna Cavazza, docente Economia sanitaria Cergas Bocconi, consente una riflessione ulteriore. «I dati Istat sul consumo delle famiglie indicano come la spesa sanitaria sia influenzata dal titolo di studio, ma ogni differenza si livella oltre i 65 anni, mentre fra i 45 e i 65 anni le differenze sono contenute; chi presenta il gap maggiore sono i 25-44enni con basso titolo di studi: questo sottogruppo presenta meno richieste sanitarie, e anche di prevenzione, tema che a questo punto risulta fondamentale non solo per il Ssn ma anche per i Fondi integrativi».

Mauro Miserendino


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