Politica e Sanità

feb182021

Governo Draghi, Cavicchi: bene su vaccinazioni di massa. Su riforme sanitarie serve una marcia in più

Nel discorso di Mario Draghi in Senato, per la parte che riguarda la sanità, c'è un divario tra la volontà riformatrice che si vede nel passaggio sulla vaccinazione di massa, e il "volare basso" delle parti relative al futuro del servizio sanitario e della medicina territoriale. È l'analisi di Ivan Cavicchi, docente di politica sanitaria all'Università Tor Vergata, esperto di politiche sanitarie e giornalista. «La prima cosa che devo verificare è l'esistenza di una vera volontà riformatrice nel nuovo governo; Draghi afferma che il Next Generation EU, il Recovery Plan europeo, chiede all'Italia riforme. Credo che la volontà di farle ci sia. Draghi cita Fisco e Pubblica amministrazione, scuola e transizione tecnologica. Invece le proposte sulla sanità sono "sottodeterminate"; il neo-premier ha sì evocato un confronto a tutto campo sulla riforma sanitaria ma a livello di contenuti sunteggia le proposte nel Piano di Ripresa e Resilienza: un po' più" di territorio, di assistenza domiciliare, case e ospedali di comunità. Rispetto all'impatto drammatico della pandemia sulla sanità e sui settori economici non c'è una proposta di prevenzione, tutto è appiattito su profilassi e potenziamenti del sistema di cure. Dando per scontato che Draghi nulla sappia di sanità, immagino abbia avuto per suggeritore il ministro della Salute riconfermato, Roberto Speranza. Figura intellettualmente onestissima che però viene da una generazione, da un ambiente non esattamente riformatori».

Cavicchi argomenta con tre esempi i limiti del discorso. Primo, la carenza di prevenzione, «la pandemia ha spazzato via i Dipartimenti di prevenzione delle Asl, ma qui non ci sono né strumenti per prevenire pandemie future né una ridefinizione del concetto di salute». Secondo, il metodo di "cura": «l'idea di intervenire rafforzando i vari settori del Ssn per rispondere a un'emergenza che ha messo a nudo i limiti della sanità, mi fa prefigurare incrementi di spesa qua e là ma non le utilità attese». Terzo, i guasti della riforma del Titolo V: «Il decentramento ha messo a nudo dei problemi tra governo e regioni (ed Asl) nell'affrontare l'emergenza pandemica, ma nel discorso di Draghi non se ne parla: se i soldi dell'Europa andranno alle stesse aziende criticate da ogni parte per la loro risposta al virus, quale può essere il nostro futuro? Draghi dice che ogni spreco è un danno che pagheranno le generazioni future, ma scommettendo sull'esistente rischiamo di pagare l'errore non tanto di Speranza bensì dello stesso Draghi che ha tenuto un ministro con una visione "low profile". Non che oggi io veda figure da suggerire al posto dell'attuale ministro. Guardando al passato, mi viene in mente Carlo Donat Cattin, l'artefice della riforma ospedaliera, o Rosy Bindi, che per quanto non esente da errori cercò di realizzare una visione diversa, una discontinuità».
C'è un punto da cui ripartire, la campagna vaccinale. Cavicchi rilegge le parole di Draghi ("Abbiamo bisogno di mobilitare tutte le energie su cui possiamo contare, ricorrendo alla protezione civile, alle forze armate, ai tanti volontari. Non dobbiamo limitare le vaccinazioni all'interno di luoghi specifici, spesso ancora non pronti: abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private"). «Qui Draghi si rende conto che è necessaria una mobilitazione di tutta la società. Il governo precedente fin qui ha mobilitato le istituzioni esistenti, potenziandole. La vaccinazione non è solo un'iniezione, però. La campagna si profila impresa complicatissima, su milioni di persone, che richiede consensi, sorveglianza degli effetti collaterali, mobilitazione di tutte le figure sanitarie, comunicazione di massa. Ci vorrebbe un ministero della sanità con le caratteristiche innovative dei nuovi ministeri di "transizione"». L'Italia dovrebbe prendere spunto da Israele che ha "militarizzato" la vaccinazione (è stato personalmente il premier Netanyahu a contrattare con Pfizer prezzi maggiorati per avere 30 milioni di dosi)? «Ieri parlavo con un amico inglese, loro distribuiscono il kit vaccinale a casa, chi può pratica l'inoculazione da solo, chi non può si affida all'infermiere». Sulla profilassi della malattia è maturata Oltremanica una consapevolezza collettiva da cui prendere spunto per pensare "oltre".

Cavicchi propone alcune possibili misure: «autorizzare la licenza a produrre in Italia per avere una quantità adeguata di vaccini per la ripartenza; autorizzare professioni non mediche all'inoculazione, partendo dagli infermieri; coinvolgere il volontariato. La nostra è una lotta contro il tempo. Draghi lo sa e sa che nella lotta contro il tempo non ci sono criteri d'accesso in base all'età; si deve vaccinare più gente possibile, comunità e gruppi di lavoratori in blocco. Infine, l'orizzonte della legislazione andrebbe ripensato. Oggi è fondata sui diritti individuali, ma va tenuto presente che ad essere lesi dalle restrizioni imposte dalla pandemia - le sole a rallentare il contagio fin qui - sono stati i diritti delle comunità, e con le comunità si deve dialogare quando si decide in simili situazioni. Se si sostituisce la parola "comunità" a "individuo", ecco comparire il "soggetto" di una riforma totalmente diversa da scrivere. Quei comuni ("comunità") esautorati con il Titolo V a favore delle Asl monocratiche, sono gli interlocutori da coinvolgere in un vaccino di massa e, a partire da qui, nel prosieguo della storia del servizio sanitario nazionale».

Mauro Miserendino
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