Politica e Sanità

giu272018

Ginecologi al ministro, chiudere i piccoli punti nascita senza standard di sicurezza

«Vogliamo incoraggiare il nuovo ministro della Salute a proseguire nella riorganizzazione dei punti nascita, come del resto risulta sia il suo intendimento, e sostenere la Regione Lombardia, che nei giorni scorsi ha disposto la chiusura di quattro reparti maternità perché non raggiungono lo standard di sicurezza di almeno 500 parti all'anno». Così Elsa Viora, presidente dell'Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani (Aogoi), spiega le ragioni che hanno spinto cinque società scientifiche a firmare un comunicato congiunto su questo tema.

Oltre ad Aogoi, si sono mosse la Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), l'Associazione ginecologi universitari italiani (Agui), la Società italiana di neonatologia (Sin) e la Società italiana di pediatria (Sip), che raggruppano gli specialisti in ostetricia e ginecologia, in pediatria e neonatologia. Le motivazioni sono ben note e gli esperti in questo caso non fanno che ribadirle: la nascita in un ospedale di piccole dimensioni può rappresentare un pericolo per le donne e i nascituri, in caso di rare, ma potenzialmente letali, situazioni di emergenza che possono verificarsi durante il parto.

«È un percorso che sta proseguendo in tutta Italia - spiega Viora - ma a ritmi diversi tra Regione e Regione, con tutte le difficoltà che ci sono nelle singole realtà. Come abbiamo scritto, spesso le difficoltà sono dovute al desiderio di assecondare la comodità per le donne di andare a partorire vicino, a casa con la famiglia accanto; in altri casi ci sono invece motivazioni politiche, perché sindaci e amministratori locali intendono tutelare una struttura ospedaliera per il timore di depauperare il territorio, in realtà non è una depauperazione ma una tutela della salute di donne e bambini. Spesso, poi, gli ospedali più grandi sono anche vicini, va tutto mappato, ma ci sono situazioni meglio organizzate e altre meno».

Ovviamente, in un territorio così diversificato come quello italiano, esistono zone orograficamente disagiate, ma per loro già sono stati formulati dei criteri: «Si tratta solo di completare un cammino - conclude Viora - che in gran parte è già stato compiuto, i punti nascita che restano da chiudere sono ancora pochi e sono concentrati in poche Regioni».
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