Politica e Sanità

gen172019

Fondi sanitari sempre meno integrativi del Ssn. Gimbe: si renda pubblica anagrafe

I fondi sanitari integrativi sono diventati in realtà, in prevalenza, sostitutivi della sanità pubblica. Per ogni 10 euro rimborsati, 6-7 coprono prestazioni che il Servizio sanitario nazionale già offre. Ma c'è di più: metà dei premi versati dagli iscritti serve a pagare i costi dei dipendenti e assicurativi. I dati vengono dal Report indipendente della Fondazione Gimbe sul secondo pilastro dal titolo "la sanità integrativa". Che punta il dito sulla ridondanza delle prestazioni offerte da questi fondi, sui motivi sovrastimati della loro espansione negli ultimi anni, sull'assenza di deterrenti o di scommesse su quelle dieci realtà che puntano il grosso delle risorse su prestazioni integrative di quelle del Ssn come la long term care o la stessa odontoiatria. La legge 502/92 e la legge Bindi 229/99 previdero questi fondi per prestazioni non coperte dal servizio sanitario, ma la distinzione tra fondi "doc" integrativi, da agevolare, e fondi "non doc" uscì un po' "smontata" dai decreti del 2008 e 2009 in parallelo con l'istituzione dell'Anagrafe. Il risultato oggi è il seguente: nella media, questi fondi in prevalenza "copie" del Ssn incassano sempre di più e offrono sempre meno. Tra il 2010 e il 2016 sono balzati da 3,3 milioni di iscritti rimborsati con 1,6 miliardi di euro a 10,6 milioni di iscritti rimborsati con 2,33 miliardi di euro: gli iscritti sono aumentati a un tasso del 22,3% annuo, contro un aumento medio annuo del 6% dei rimborsi. In compenso, e qui la Fondazione cita i dati del VII Rapporto Censis-RBM, le prestazioni erogate dai Fondi sono state per il 60,5% sostitutive, duplicazioni a prestazioni già coperte dai livelli essenziali di assistenza. Pacchetti di prevenzione, diagnostica, o semplicemente il nodo dei tempi d'attesa hanno dirottato gli utenti dal servizio pubblico alla spesa privata intermediata. Che non sta evitando, a dire la verità, agli italiani di pagare di più: il Report ricorda come attualmente la spesa "di tasca propria" resti il 18% della spesa sanitaria totale. E ricorda come metà di essa vada non al miglioramento della salute ma a soddisfare bisogni non evidence-based, ad esempio "piani di prevenzione ampiamente sostitutivi, spesso accessibili senza prescrizione medica e caratterizzati da un tale livello di inappropriatezza che sfocia nel puro consumismo sanitario".

Gimbe richiama il Rapporto Oasi di UniBocconi ("I consumi privati in Sanità") quando afferma che la spesa out of pocket in ogni regione è proporzionale al reddito pro-capite e alla qualitaÌ dell'offerta pubblica; le famiglie spendono di piuÌ al Nord mentre al Sud sono tutte sotto media, nonostante una peggiore qualitaÌ dei servizi. Altro dato eloquente: i fondi che hanno relazioni con compagnie assicurative sono passati dal 55% del 2013 all'85% del 2017. Parlando di costi, un 40-50% dei premi versati non puoÌ tradursi in servizi per gli iscritti percheì è eroso dalla sommatoria di costi amministrativi, mantenimento del fondo di garanzia (o oneri di riassicurazione) e da eventuali utili delle compagnie assicurative. I sindacati lo elogiano, ma il Welfare offerto dai fondi ai dipendenti è un affare per le imprese, che in base alle Finanziarie 2016 e 2017 possono trasformare i premi di risultato in contributi a Fondi "integrativi", detassati, ed è costoso per lo stato, che ha restituito nel 2016 in detrazioni 3,36 miliardi. «Le nostre analisi - conclude Nino Cartabellotta presidente Gimbe - confermano che oggi le potenzialità della sanità integrativa sono compromesse da un'estrema deregulation che da un lato ha permesso ai fondi integrativi di diventare prevalentemente sostitutivi mantenendo le agevolazioni fiscali, dall'altro alle compagnie assicurative di intervenire come "ri-assicuratori" e gestori dei fondi in un contesto creato per enti no-profit». Nell'ambito della campagna #salviamoSSN, la Fondazione chiede un Testo Unico della sanità integrativa in grado di imporre ai fondi integrativi il solo rimborso delle prestazioni non incluse nei livelli essenziali di assistenza e di stimolare una marcia indietro sulle detrazioni, nonché iniziative a tutela dei cittadini da derive consumistiche. Servono anche «una governance nazionale, oggi minacciata dal regionalismo differenziato, e la garanzia a tutti gli operatori del settore di condizioni per una sana competizione. Ma ancor prima, è indispensabile che il ministero della Salute renda pubblicamente accessibile l'anagrafe dei fondi sanitari integrativi per offrire ai cittadini e agli enti di ricerca un'adeguata trasparenza».
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