Politica e Sanità

feb152018

Elezioni, Gimbe: carenti risposte dai partiti su questione meridionale in sanità

Campania, Calabria, Sicilia, fino a 20 anni fa non erano loro le responsabili del grosso del deficit sanitario delle regioni, poi quando lo sono diventate con i loro disavanzi il rientro è stato doloroso e dopo le elezioni del 4 marzo qualsiasi partito politico dovrebbe interessarsi alla riduzione delle diseguaglianze nell'accesso alle cure tra cittadini. Invece la Fondazione Gimbe, aggiornando sul progetto Fast Checking di monitoraggio delle posizioni delle forze politiche, ritrova queste ultime combattute tra irrealistiche volontà (annunciate in interviste e non nei programmi) di rivedere il federalismo in costituzione e un ulteriore slancio alle autonomie che, non governato, rischia di avvantaggiare le sole regioni più ricche. Una regione, la Campania, nei dati della Fondazione presieduta da Nino Cartabellotta più di altre rivela che l'universalismo, fondamento del Servizio sanitario nazionale, si sta disgregando. Si consideri la mortalità evitabile: la Campania, e Napoli tra le province, sono in testa con 30 giorni procapite persi per gli uomini e 18 per le donne, su per giù il doppio di giorni rispetto alle prime città classificate (Rimini per i maschi, Treviso per le femmine, dal Rapporto Mortalità Evitabile con intelligenza 2018). Sempre i campani, a parità di risorse assegnate dallo stato fruiscono di metà prestazioni "essenziali" rispetto ai toscani: infatti, sugli adempimenti relativi ai livelli essenziali di assistenza il report 2015 del Ministero della Salute dimostra che il punteggio massimo della Toscana (212) è il doppio di quello minimo della Campania.

Per curarsi bene in alcune regioni si emigra: nel 2016 la mobilità vale ben 4,16 miliardi di euro generati quasi tutti da pazienti che si spostano da Sud a Nord: a sorpresa, il Lazio che versa alle altre regioni 542,2 milioni, mentre la Lombardia ha un saldo positivo di 938 milioni di euro; la perdita più grossa pero ancora una volta è in Campania dove tra ingressi e uscite il "passivo" generato è 282,5 milioni. Che il SSN spenda peggio al Sud è acclarato dal rapporto Osmed 2016, dove ancora risaltano i numeri campani: per ogni napoletano, casertano etc il Ssn spende nelle farmacie convenzionate 219,18 euro contro i 128 di un altoatesino; e in assistenza diretta salgono a 240,64 euro, contro i 145 di un valdostano. Ad attenuare la spesa farmaceutica è chiaramente il maggior utilizzo di farmaci equivalenti, che costituiscono in valore il 10% della spesa per farmaci a Trento ma solo il 4% in Calabria. Fatalmente, lo spreco si ripercuote sulla popolazione con misure di recupero come i ticket, che hanno consentito alle Regioni di recuperare 2,8 miliardi nel 2016, e le addizionali Irpef, che sono ai massimi per campani e laziali. Ogni campano spende 33 euro l'anno in ticket - 15 ne spende un friulano - anche se in compartecipazioni per esami e visite specialistiche spende quasi un decimo di un valdostano. In conclusione, ammesso che il Fondo sanitario in partenza non faccia ingiustizie, il governo non controlla l'erogazione dei livelli essenziali di assistenza.

I numeri del piano nazionale esiti testimoniano ulteriori variabilità addirittura nelle stesse regioni tra ospedale e ospedale e tra Asl ed Asl: la percentuale di cesarei primari, a fronte di una media nazionale del 24,5%, varia in assoluto dal 6 al 92%; quella di interventi chirurgici entro 48 ore nei pazienti over 65 con frattura di femore dal 3 al 97% (media nazionale 58%); la mortalità a 30 giorni dal ricovero per infarto acuto del miocardio oscilla da 0% al 21% (media nazionale 8,6%). «Senza necessariamente mettere in campo improbabili riforme costituzionali, il prossimo esecutivo - conclude Cartabellotta -ha il dovere etico di trovare soluzioni tecniche per potenziare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sui 21 sistemi sanitari regionali, nel pieno rispetto delle loro autonomie. Dal monitoraggio più analitico degli adempimenti LEA ad un ripensamento dei Piani di rientro, dal collegamento tra criteri di riparto e sistemi premianti alla diffusione delle best practice regionali, dalla idoneità della Conferenza Stato-Regioni come strumento di raccordo tra Stato ed enti territoriali alla gestione della "questione meridionale"».
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