Politica e Sanità

gen232022

Digitalizzazione in sanità, Pillon: ecco le barriere da abbattere prima di raggiungere gli obiettivi del Pnrr

Sul Corriere della Sera, i ministri di Salute e Transizione digitale Roberto Speranza e Vittorio Colao hanno dettato quattro priorità per il nostro paese da realizzare con il Piano nazionale di Ripresa e resilienza: il Fascicolo sanitario elettronico per ogni residente; una piattaforma nazionale di telemedicina collegata ai fascicoli sanitari; cooperazione digitale tra regioni; alfabetizzazione informatica del personale. «L'articolo è un eccellente canovaccio ma per realizzare una vera telemedicina in concreto dobbiamo superare una serie di problemi pratici che non dipendono da noi medici», spiega Sergio Pillon coordinatore della trasformazione digitale all'Asl di Frosinone. Coordinatore tra 2015 e 2019 della commissione paritetica nazionale telemedicina del Ministero della Salute, Pillon ha contribuito ad elaborare le linee d'indirizzo in materia e a Sanità33 esemplifica situazioni che la transizione digitale in sanità in Italia oggi deve superare.

Ricetta ancora solo in parte dematerializzata - I medici e i pazienti ancora combattono con una ricetta elettronica che tale non è. «Se è vero che allo smartphone del cittadino dal 2020 arriva l'sms con un numero d'ordine da dettare al farmacista, è altrettanto vero che il farmacista deve inserire tale codice a mano, poi stampa la ricetta, stacca le fustelle e ve le incolla, scansiona il tutto, lo invia; all'estero, al momento della prescrizione basta esibire un documento di identità digitale, il farmacista si collega al sistema, seleziona i medicinali prescritti acquisisce codici a barre (ovunque si trovi) e fa viaggiare i dati: non c'è nulla di stampato, qui ancora sì», spiega Pillon.

Troppe ricette ancora cartacee - E ancora, in caso di Covid il medico ospedaliero può prescrivere su ricetta elettronica solo farmaci classe A ma non classe C. «Ad esempio per gli ansiolitici ci vuole la ricetta bianca, e la ricetta elettronica non esiste per i medici extra servizio sanitario pubblico».
Fascicolo sanitario poco accessibile - «Per inserire un atto nel FSE il cittadino deve avere il codice individuale SPID che gli consente di dialogare con la Pubblica Amministrazione, inquadrare codice QR su un sito con una procedura lunga che può incepparsi, o consentire al sistema di acquisire un'impronta digitale già conservata. In paesi digitalmente più avanzati basta la Carta d'identità elettronica per gestire l'intera procedura».

Anagrafi Covid macchinose - «Qualcuno pensa che digitalizzare significhi prendere un percorso esistente su carta e copiarlo su digitale: per capirlo -dice Pillon - basta osservare le procedure per generare i green pass con il tampone di guarigione. Spesso è il medico di famiglia a dover inserire a mano dati mancanti: non sarebbe più logico che, intrapresa la compilazione dal cittadino, comparisse la pagina dell'applicativo del medico dove il sistema chiede di confermare se si è guariti?».

Prescrizione anticorpi monoclonali "pensata" per carta - «Il processo per prescriverli nei centri ad hoc è in teoria digitale, in realtà è a mano: il medico specialista deve riempire scheda e Piano terapeutico sul sito dell'Aifa dove il sistema chiede al medico di reinserire a mano codice fiscale, data di nascita, indirizzo di residenza. Noi non vogliamo passare tempo a riempire schermate digitali con dati che lo stato ha già».
Piattaforme piani terapeutici non dialoganti - «Le piattaforme dei Piani terapeutici non dialogano. Non si capisce perché il medico debba alla fine compilarli due volte, su piattaforma nazionale e gestionale, pagando un prezzo in tempo ancora una volta per colpe non sue».

Impegnative non a misura di disabile - Infine, gli esami: si prescrivono online, poi si stampano «e il paziente fa il postino al Cup dell'azienda sanitaria per prenotarsi. Ad un disabile che ottiene una televisita non facciamo certo un servizio se lo costringiamo a spostarsi per consegnare la ricetta».
Infine, per Pillon serve formazione digitale per medici, infermieri, pazienti. «Nel PNRR ci sono 800 milioni per la formazione ma sono dedicati alle sole infezioni ospedaliere mentre il centro del PNRR è la digitalizzazione, dove servirebbe allocare spese su un obbligo formativo di livello universitario». Per quanto possa molto aiutare i pazienti, su un punto la sanità digitale non è risolutiva. «La telemedicina (visite, assistenza monitoraggio) è costituita da una serie di atti medici integrativi e non sostitutivi della visita in presenza: ci sono casi in cui medico deve toccare il paziente, dargli empatia: la competenza clinica la sola digitalizzazione non ce la dà».
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