Politica e Sanità

mar22021

Covid, Consulta: Regioni non possono togliere misure statali. Il plauso di Fnomceo

Lo stato è la massima autorità è lui a decidere le misure per i diritti fondamentali dei cittadini, tra cui il diritto alla salute, in tempo di pandemia, una regione - seppur a statuto speciale - non può invaderne i poteri. È il senso della sentenza della Corte Costituzionale resa nota Il 25 febbraio che chiude il contenzioso tra governo centrale e Valle d'Aosta, aperto dalla legge regionale numero 11 del 9 dicembre 2020 che modificava le regole in tema di aperture, turismo, ristorazione, sport.

Al fine di contemperare libertà di movimento e misure di contrasto alla diffusione del coronavirus, la giunta guidata da Erik Lavévaz (Union Valdotaine) aveva stabilito che i protocolli anti-Covid nazionali sono modificabili a livello locale in relazione ai trend epidemiologici, e riaperto alle attività commerciali al dettaglio, bar musei turismo, artigianato purché con mascherine e distanziamento; inoltre aveva istituito un'unità di supporto e coordinamento composta da governatore, assessore alla salute, responsabili dell'Asl locale, sindaco di Aosta, ritagliando al presidente regionale un ruolo di capo-coordinamento degli interventi ed il potere di stabilire misure di sicurezza per la riapertura delle attività economiche. Il governo Conte ha impugnato la legge alla Corte Costituzionale che dapprima l'ha sospesa con ordinanza del 14 gennaio 2021: l'argomento del governo è che riservarsi di aprire quando tutte le altre regioni chiudono, a parità di rischio asseverata in seguito a dati e concertazione tra premier e governatori, lede prerogative statali e viola il principio di leale collaborazione tra stato e regioni. L'Autonomia replica che il governo manda all'aria tutta la legge senza contrastarla punto per punto, malgrado lo statuto autonomo; e lo fa con un decreto della presidenza del consiglio dei ministri (Dpcm), cioè un regolamento, che nella gerarchia delle fonti starebbe sotto non solo a leggi e decreti legge nazionali ma anche a leggi regionali. Infine, la "Vallée" è in fascia gialla, il rischio per la popolazione in quei 3 mila kmq è inferiore. Nella controreplica, l'avvocatura dello Stato ribatte che i vincoli decisionali per le regioni non stanno nel Dpcm che applica la legge nazionale, ma in quest'ultima: e la Consulta le dà ragione, le aperture portano ad un rischio di accelerazione del contagio che mette in pericolo il diritto fondamentale alla salute dei cittadini. Legge sospesa dunque, fino al 24 febbraio, quando la sentenza ancora non depositata conferma il punto di vista del governo centrale, ma ponendo sulla bilancia su ogni materia, come chiedeva Lavévaz, i poteri di stato e regione: la legge valdostana è annullabile solo nei casi in cui introduce misure di contrasto all'epidemia difformi da quelle nazionali. In sintesi, però, il legislatore regionale non può invadere con una sua materia una materia legata ad una pandemia globale da affrontare al livello più elevato possibile, quindi a Roma. In consiglio regionale Lavévaz ha ricordato di aver mantenuto alla Regione la possibilità di derogare alle regole nazionali per gli spostamenti sul territorio, di utilizzare i servizi situati in comuni vicini e di mantenere l'attività professionale di personal trainer esercitata con un rapporto uno a uno; e ammette che il passaggio della regione in zona bianca, atteso a breve, rimuoverebbe gran parte dei vincoli che la giunta combatte.

Sul fronte dei professionisti sanitari, il presidente Fnomceo Filippo Anelli sottolinea il valore della sentenza: «La pandemia ha messo in condizioni di debolezza proprio quei sistemi (regionali ndr) che sembravano più inattaccabili, dimostrando che nessuna organizzazione poteva reggere da sola, senza fare rete, rinunciando alla solidarietà. La parola chiave per uscire dalla crisi è, a nostro avviso, una sola: solidarietà tra le Regioni, perché ritornino a ragionare come un corpo unico, come un Servizio sanitario nazionale, appunto, che coordina e gestisce i sistemi regionali. Non possiamo non evidenziare come i singoli sistemi sanitari regionali registrino rilevanti differenze di qualità ed efficienza rispetto alla garanzia dei livelli essenziali d'assistenza. Come siano in aumento le disuguaglianze di salute tra le Regioni - soprattutto tra Nord e Sud. È il momento di riflettere su un ruolo più forte e centrale del Ministero della Salute: auspichiamo una modifica di legge che rafforzi le sue capacità di intervento, aumenti le disponibilità economiche e le sue funzioni per colmare le diseguaglianze. E i professionisti vanno messi nelle condizioni di partecipare alla definizione e al raggiungimento, in autonomia e indipendenza, degli obiettivi di salute. Sono le Professioni sanitarie, garanti dei diritti, la vera rete di unità del Paese in tema di salute».
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