Politica e Sanità

giu162022

Covid-19, al congresso ICAR novità sul rapporto con l'Hiv e su efficacia dei monoclonali. Ecco il quadro

Al congresso ICAR (Italian Conference on AIDS and Antiviral Research), che si chiude oggi a Bergamo,
sono stati presentati nuovi studi sulla correlazione tra SARS-CoV-2 e HIV: se le persone HIV positive seguono stabilmente le terapie e hanno una buona risposta viro-immunologica non presentano maggior rischio di contrarre il Covid, di avere un decorso grave della malattia o di andare incontro a decesso.
Alla vigilia dell'abolizione delle ultime restrizioni relative all'emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, restano valide alcune raccomandazioni che suggeriscono prudenza, soprattutto per i soggetti più fragili. Tra questi, però, non figurano le persone HIV positive: è quanto emerge da uno studio italiano.
La ricerca mostra come i fattori di rischio più rilevanti nei casi gravi di Covid siano età avanzata e diabete, ma non l'HIV. Lo studio ha mostrato come, se le persone HIV positive seguono stabilmente le terapie e hanno una buona risposta viro-immunologica, non presentino maggior rischio di contrarre il Covid, di avere un decorso grave della malattia o di andare incontro a decesso

"Questo studio, precedente ai vaccini, prende in considerazione 155 casi di persone con HIV e con infezione da Covid-19 confrontati con altre 360 con HIV che il Covid non l'hanno avuto. Nessuna delle caratteristiche dell'HIV correlava col rischio di acquisire il Covid" sottolinea il Prof. Franco Maggiolo, co-Presidente ICAR "Le variabili che favorivano il contagio e la gravità dell'infezione erano l'età più avanzata e la presenza di diabete; rispetto al rischio di decesso, le uniche due variabili correlate erano l'insieme delle comorbidità e dei valori di cellule CD4 all'ultima misurazione più bassi. Nonostante quest'ultimo elemento possa far pensare all'immunodepressione da AIDS, non si rileva comunque un nesso tra le due infezioni. Inoltre, circa il 20% delle persone con HIV ha avuto un'infezione da SARS-CoV-2 totalmente asintomatica; quindi, molte misurazioni sono anche falsate dal mancato conteggio di queste infezioni". E sui vaccini chiude "Pertanto, in questo momento nei pazienti HIV la quarta dose non è fondamentale. Diverso sarà il discorso in autunno, quando un nuovo vaccino, forse un booster bivalente covid-omicron, sarà raccomandato per gran parte della popolazione".
All'ICAR 2022 è stato anche fatto un bilancio sulle strategie terapeutiche contro il Covid che integrano i vaccini in particolare sull'uso degli anticorpi monoclonali e degli antivirali.

Il Prof. Maurizio Zazzi, co-presidente ICAR, sottolinea "Con i frequenti cambiamenti del virus, si sono avute molte evidenze di variazione di attività dei monoclonali. La buona notizia è che si inizia a capire meglio quali parti della proteina spike tendono a rimanere stabili nel tempo e questo aiuta molto nei criteri di selezione dei monoclonali meno soggetti alla perdita di attività con l'evoluzione del virus. Possiamo quindi rassicurare che abbiamo buoni anticorpi monoclonali anche per trattare le varianti più recenti come omicron BA.4 e BA.5, le quali potrebbero essere protagoniste di una nuova ondata autunnale". E sugli antivirali continua "Attualmente ne abbiamo tre a disposizione. A differenza dei monoclonali, che bloccano l'ingresso del virus nella cellula, gli antivirali fermano il virus all'interno della cellula stessa. Le funzioni virali colpite dagli antivirali non sono soggette a forte evoluzione come la proteina spike; quindi, per il momento tutte le varianti rimangono sensibili agli attuali antivirali".

"La somministrazione deve essere il più precoce possibile, entro 5-7 giorni dall'inizio dei sintomi - evidenzia il Prof. Zazzi - La seconda fase dell'infezione è infatti dominata da meccanismi patogenetici indiretti e bloccare il virus diventa un beneficio clinico molto limitato o nullo. Le terapie sono tutte di breve durata, una singola somministrazione per i monoclonali, 3-5 giorni di terapia per gli antivirali".

"È doveroso ribadire che le terapie non sostituiscono la vaccinazione, ma la integrano con una cura per quei casi in cui, nell'impossibilità di vaccinare o nella mancata efficacia della vaccinazione, il paziente si infetti e sia valutato a rischio di sviluppare malattia grave" ribadisce il co-presidente. "Si deve aggiungere che con i monoclonali è possibile anche un uso in profilassi, cioè per proteggere dall'infezione un soggetto fragile che non sia stato vaccinato o che non abbia risposto alla vaccinazione. Proprio pochi giorni fa la combinazione di due monoclonali, già approvati proprio per profilassi, ha dimostrato la propria utilità anche nel trattamento dell'infezione in persone non ospedalizzate con fragilità. Dunque, i presidi per la prevenzione e la terapia migliorano e sono in continuo sviluppo, soprattutto a protezione delle persone a rischio di malattia grave. Assieme alla sorveglianza costituiscono la ricetta per gestire al meglio la pandemia" conclude il Prof. Zazzi.
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