Politica e Sanità

ott92018

Antibioticoresistenza e infezioni ospedaliere, dal Gisa proposte contromisure urgenti ad ampio raggio

Promuovere la cultura della "Antimicrobial stewardship" ovvero la lotta nel nostro Paese al crescente e preoccupante fenomeno dell'antibioticoresistenza, che comporta - soprattutto negli ospedali - complicanze e morti, evitabili soprattutto ricorrendo all'accesso agevolato e regolato ai nuovi antibiotici (con lotta all'abuso di quelli esistenti), a sistemi di diagnosi rapida e ai vaccini, ma anche mettendo in pratica semplici regole di igiene. Tutti temi affrontati a Capri dagli specialisti del Gruppo italiano per la stewardship antimicrobica (Gisa) nel corso del congresso "Il decalogo Gisa - Un patto per la salute". Il dato paradossale è che oggi le infezioni ospedaliere spaventano più di molte malattie, è stato fatto notare: su 9 milioni di ricoverati negli ospedali italiani, ogni anno si registrano da 450mila a 700mila casi di infezioni ospedaliere. E questo a causa della resistenza agli antibiotici da parte di alcuni microrganismi in conseguenza di un uso inappropriato degli stessi antibiotici (inutili in quasi il 50% dei casi in cui sono prescritti). «Nel nostro Paese purtroppo c'è un'eccessiva e ingiustificata fiducia nell'antibioticoterapia che viene richiesta, se non addirittura pretesa, da parte dei pazienti al pediatra per un bimbo febbrile o al medico curante per un anziano fragile» spiega Francesco Menichetti, presidente Gisa. «Dall'altra parte si ha un altrettanto incredibile sfiducia nei confronti dei vaccini che invece rappresentano la prima difesa nei confronti di molte infezioni come quelle virali, tra cui l'influenza, ma anche batteriche, come la polmonite da pneumococchi, che poi eviteranno la necessità di utilizzare gli antibiotici». Perché qui sta il punto. «Purtroppo, l'uso degli antibiotici, inappropriato o anche corretto, è correlato all'emergenza della resistenza: più vengono utilizzati, più i microbi naturalmente sviluppano mutazioni per non restare "avvelenati"». Ricapitolando, uno dei principali problemi in Italia sta nella sfiducia nei vaccini che prevengono malattie e salvano vite e nell'eccessiva confidenza e fiducia negli antibiotici che sono destinati progressivamente a perdere efficacia.

«Ancora troppo spesso gli antibiotici vengono utilizzati impropriamente, visto che per curare l'influenza l'antibiotico non serve» ricorda Pierluigi Lo Palco, docente di Igiene e Medicina Preventiva dell'Università di Pisa. «Per questo è fondamentale vaccinarsi ed è importante che si vaccinino gli operatori sanitari. Abbiamo molte evidenze che la vaccinazione contro l'influenza, diminuendo il numero di persone che avranno una malattia respiratoria acuta durante la stagione influenzale, porta come conseguenza una diminuzione nell'uso degli antibiotici. Tra l'altro è noto che l'influenza spesso si complica con un'infezione batterica, in particolare con una polmonite che poi deve essere trattata con antibiotici. Per cui se si previene l'influenza si prevengono anche alcune forme batteriche e complessivamente si riduce l'utilizzo di antibiotici. Paradossalmente gli operatori sanitari, ovvero le persone più a contatto con i pazienti, percepiscono meno il rischio. Un dato davvero preoccupante riguarda lo scarso ricorso alla vaccinazione antinfluenzale tra il personale medico e infermieristico, con una quota che si attesta intorno al 30% degli operatori sanitari». Insieme a quello per l'influenza, aggiunge l'esperto, un altro vaccino per cui esistono evidenze molto chiare è quello contro lo Pneumococco, causa di infezioni batteriche molto gravi. «Negli Stati Uniti non c'è nessun obbligo di vaccinarsi per i medici ma nessun medico viene lasciato operare in un ospedale se non dimostra di aver effettuato l'immunoprofilassi antinfluenzale» osserva Menichetti. «Quindi non è questione di obblighi ma di sensibilità e di coscienza, in quanto i vaccini difendono noi stessi operatori sanitari, i pazienti e la comunità che frequentiamo: i nostri figli, la nostra famiglia e i nostri colleghi».

«Si stima che dal 7 all'8% dei pazienti che entrano in ospedale contraggano un'infezione, anche se il 50% di questi casi sarebbero prevenibili in quanto abbiamo strumenti come la vaccinazione non sempre impiegati» aggiunge Stefania Iannazzo, medico responsabile della struttura semplice "Programmi vaccinali, AMR e ICA", direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute. «Inoltre, spesso l'infezione è portata da un operatore sanitario: in tal senso il lavaggio corretto delle mani è una pratica di prevenzione estremamente sicura e costo zero, soprattutto in ambito sanitario così come nella quotidianità. Anche in questo campo purtroppo i dati dell'Italia sono gli ultimi in Europa». Al momento non abbiamo un sistema efficiente di rilevazione delle infezioni ospedaliere e non possiamo stimare con certezza l'impatto delle stesse sulla popolazione in ospedale, spiega Iannazzo. «Esistono però sistemi di rilevazione dell'antibioticoresistenza abbastanza puntuali e che ci confermano che la situazione non è buona, soprattutto quanto riguarda i germi Gram Negativi». Un altro problema è costituito dal fatto che «oggi i nuovi antibiotici non sono considerati farmaci innovativi, in quanto rappresentano un'evoluzione di farmaci già esistenti e non godono quindi di percorsi che ne favoriscano un rapido e facile accesso e non hanno allocazione di risorse dedicate» spiega Menichetti. «La necessità di accedere a questi nuovi farmaci impone una revisione delle regole (scheda Aifa, restrizione prescrittiva) che non vada verso un'insensata liberalizzazione bensì consideri procedure che permettano l'accesso rapido da parte di specialisti che trattano pazienti con infezioni gravi, per i quali tali farmaci potrebbero essere un salva-vita».

La consapevolezza della necessità di interventi sfaccettati per fronteggiare il fenomeno dell'antibioticoresistenza ha portato alla stesura del "Decalogo Gisa" che riunisce molti concetti operativi, di varia natura: migliorare l'uso degli antibiotici a livello ospedaliero e territoriale, favorire l'accesso a quelli di nuova formulazione, diminuirne l'uso inappropriato, ridurre il rischio infettivo dei pazienti in ospedale tramite una maggiore attenzione alle buone pratiche assistenziali, promuovere le vaccinazioni (tra gli adulti, i soggetti a rischio e gli operatori ospedalieri), potenziare i servizi di microbiologia e coinvolgere maggiormente i farmacisti ospedalieri. Ma occorrerà fare ancora di più. «Per contrastare efficacemente queste specie di 'microrganismi intelligenti' è necessaria non solo la ricerca, per lo sviluppo di nuove molecole che riescano a bypassare i meccanismi di resistenza dei batteri Mdr (multidrug resistant), ma anche e soprattutto strategie di controllo delle infezioni, sorveglianza, formazione, educazione di personale sanitario e dei cittadini anche mediante i nuovi mezzi di comunicazione e il coinvolgimento delle Istituzioni» conclude Menichetti.

Arturo Zenorini


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