Politica e Sanità

mag162018

Aghi da insulina di qualità e lipotossicità, due position paper al 27° Congresso Sid

Si è aperto a Rimini il 27° Congresso nazionale della Società italiana di diabetologia (Sid) con la presentazione di due documenti di consenso su argomenti solitamente poco considerati ma in realtà clinicamente rilevanti. Il primo, come spiega Giorgio Sesti, presidente Sid, riguarda gli aghi per penna da insulina o da analoghi per Glp-1. La necessità di elencare le caratteristiche standard degli aghi di qualità nasce da una considerazione: «Molto spesso, purtroppo, nei capitolati d'appalto delle gare regionali non vengono prese in considerazioni le specifiche tecniche che dovrebbero avere gli aghi di qualità. Al contrario, a prevalere è soprattutto il criterio economico. Al contempo il mercato si apre sempre più ad aghi 'low-cost' (ma spesso anche 'low-quality') provenienti dall'estero». Nel testo redatto dalla Sid si specifica che i primi elementi da valutare sono la sterilità (meglio se ottenuta con mezzi fisici che chimici) e la sicurezza. «Un'altra caratteristica importante e spesso negletta è la lunghezza, cruciale per un assorbimento ottimale dell'insulina che avviene sollo nel sottocute, non certamente nel derma o, peggio, con un'iniezione intramuscolare se l'ago è troppo lungo» sottolinea Sesti. Gli aghi devono essere dunque corti (4 mm) e sottili, ma con un buon diametro interno per non fare resistenza al passaggio del farmaco (tecnologia a 'pareti sottili'). «Chiaramente, dovendo giocare negli aggiustamenti posologici spesso sull'ordine di un paio di unità, questo fa capire quanto sia importante che l'ago corrisponda a elevati criteri di qualità e affidabilità» ribadisce il presidente Sid. Infine, per il comfort del paziente, a garanzia di una penetrazione agevole e indolore, l'ago deve essere affilato, con un diametro esterno quanto più limitato (32G) e con la cannula lubrificata. Si è fatto notare che il tutto è reso complicato dal fatto che, In Italia e in Europa, gli aghi - come tutti i dispositivi medici - non sono regolati dalle stesse rigorose normative predisposte per i farmaci.
Il secondo position paper riguarda i grassi alimentari e la loro lipotossicità quale causa di diabete. «Un importante fattore di rischio per lo sviluppo di diabete di tipo 2 è il consumo eccessivo di grassi con l'alimentazione» conferma Sesti. Sotto accusa sono gli acidi grassi saturi (Sfa), presenti soprattutto negli alimenti di derivazione animale (carni, uova, burro, strutto) oltre al palmitato (componente principale dell'olio di palma) che è un grasso saturo vegetale: un'esposizione a elevati livelli di Sfa determina infatti una loro trasformazione in acidi grassi liberi nel sangue che raggiungono i diversi organi coinvolti nel metabolismo del glucosio, alterandone le funzioni. «Se i livelli di acidi grassi nel sangue sono elevati e lo restano a lungo, si possono verificare danni a carico sia della alfa-cellule sia delle beta-cellule pancreatiche, secernenti rispettivamente glucagone e insulina. La lipotossicità, a carico non solo del pancreas ma anche di cuore, muscolo e fegato, è dunque un importante meccanismo che può condurre al diabete di tipo 2» afferma Sesti.
Enzo Bonora, past-president Sid, citando un recente studio, afferma che un Centro diabetologico può essere considerato a pieno titolo un servizio "salvavita". «Una recente metanalisi di studi italiani basata su dati prospettici raccolti in Lombardia (7 Asl), Veneto (Verona) e Piemonte (Casale Monferrato), ha evidenziato che le persone con diabete assistite anche presso i centri diabetologici presentano una mortalità per tutte le cause ridotta del 19%. Un dato che emerge anche dopo aver apportato gli opportuni aggiustamenti statistici per sesso, età ed alcune variabili potenzialmente confondenti. Ne consegue che basta assistere solo 17 pazienti per 10 anni presso un centro diabetologico per prevenire un evento fatale (Nnt=17)» spiega Bonora, primo autore dell'articolo. «Si tratta di un dato molto rilevante, perché sovrapponibile o addirittura migliore di quello osservato in prevenzione secondaria usando le statine per ridurre il colesterolo, oppure gli Ace-inibitori per ridurre la pressione arteriosa. Statine e Ace-inibitori sono considerati farmaci 'salvavita' e, analogamente la visita presso il centro diabetologico dovrebbe essere a pieno titolo considerata un 'salvavita'. Estrapolando i risultati di questo studio, la piena applicazione del Piano Nazionale Diabete, che prevede l'integrazione dell'assistenza diabetologica con quella del medico di famiglia, porterebbe a prevenire 150 mila decessi tra le persone con diabete nel prossimo decennio.
«Prendendo come modello Roma, l'area metropolitana più popolosa d'Italia e la quarta di Europa, dall'analisi congiunta di dati Istat e di rapporti epidemiologici esistenti è stato possibile costruire una mappa del diabete e dei fattori di rischio nella città italiana e nell'area metropolitana» riporta Antonio Nicolucci, direttore Coresearch (Center for outcomes research and clinical epidemiology) affrontando il tema del diabete urbano a commento dei dati del Barometer Report 2018, basati sulle analisi effettuate in occasione del progetto "Cities Changing Diabetes". «In particolare, la prevalenza di diabete negli otto distretti dell'area metropolitana è stata messa in relazione con indicatori degli stili di vita e di stato socio-economico». Nei distretti a più alta prevalenza di diabete è risultata più alta la percentuale di soggetti che si muovono con mezzi privati, mentre è inferiore la quota di residenti che si muovono a piedi o in bicicletta.. Inoltre, i distretti con più alta prevalenza di diabete si caratterizzano per un più elevato tasso di disoccupazione e una più bassa percentuale di laureati/diplomati, ma anche per un più basso indice di vecchiaia. Questi dati sottolineano come, in un ambito urbano, il basso stato socioeconomico rappresenta un fattore importante di vulnerabilità per il diabete. «In condizioni di vulnerabilità socio-culturale, il diabete non solo è più frequente, ma insorge anche più precocemente nel corso della vita» conclude Nicolucci.

A.Z.
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