Politica e Sanità

lug172017

Accessi ai pronto soccorso, Esposito (Fimeuc): fondamentale riforma cure primarie

Paramedici con un training avanzato, impiegati con la finalità di alleggerire la pressione sui reparti di emergenza e urgenza e ridurre il numero di accessi agli ospedali: nel Regno Unito, la proposta è stata avanzata dal National Institute for Health and Care Excellence (Nice) al sistema sanitario nazionale (Nhs). Alcune evidenze revisionate dal Nice, indicherebbero infatti un'efficacia di paramedici appositamente addestrati, con un corso teorico seguito da un'esperienza clinica supervisionata da medici, nell'affrontare situazioni giudicate non gravi e comprendenti cadute, piccole ferite o scottature. La presidente della Fimeuc (Federazione italiana di medicina di emergenza urgenza e delle catastrofi) Giovanna Esposito ritiene che, in Italia, l'utilizzo di paramedici con formazione potenziata non avrebbe una particolare utilità nel sistema di emergenza-urgenza, e che andrebbero rafforzati altri settori.

«Il numero dei codici bianchi che afferiscono in pronto soccorso è una porzione esigua e non costituisce certamente la nostra preoccupazione principale; - dice Esposito - inoltre l'infermiere lavora in équipe con il medico con funzioni diverse e ben precise piuttosto che da solo. In particolare l'infermiere non ha il compito di fare diagnosi e trattamenti che non siano stati stabiliti da un medico e non può certo decidere se una persona debba accedere o meno in ospedale, ma stabilisce invece al triage il livello di priorità ed i tempi di attesa alla visita». Comunque in Italia in molti DEA queste soluzioni sono già state adottate, basti pensare al "fast track" dove l'infermiere di triage avvia il paziente che ne ha le caratteristiche ad un percorso prestabilito o eroga cure prestabilite per casi selezionati rispettando rigidi protocolli nel più complesso "see and treat". «Il problema più importante dei Dea - sottolinea la presidente Fimeuc - oggi è invece rappresentato dal boarding, cioè da quei pazienti che hanno già esaurito il percorso diagnostico e di stabilizzazione in PS e rimangono in attesa del ricovero: un collo di bottiglia dovuto a molte cause come la riduzione dei posti letto e le dimissioni difficili di pazienti anziani, di pazienti con molte patologie o portatori di cronicità». La pressione nei Dea aumenta, aggiunge la dottoressa Esposito, «se si tiene conto della carenza sia di medici che di infermieri nel sistema di emergenza-urgenza, dovuta al blocco del turnover nelle regioni sottoposte a rientro, al numero esiguo di borse di studio in medicina di emergenza-urgenza e al complesso percorso formativo che gli infermieri devono affrontare dopo la laurea triennale per lavorare in emergenza. Sicuramente la tanto attesa riforma delle cure primarie (con le Associazioni funzionali territoriali, le Unità complesse di cure primarie, gli hospice e gli ospedali di comunità, il potenziamento delle cure domiciliari, le case della salute) potrebbe essere una delle tante soluzioni per ridurre la pressione sui Dea e il boarding, dove ancora una volta è l'equipe che opera e non una singola figura». Purtroppo, conclude amareggiata la presidente di Fimeuc, «la riduzione dell'orario di lavoro dei medici e pediatri con l'H16 non sembra andare in questa direzione».


Renato Torlaschi
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