Politica e Sanità

apr212017

Dal ministero stop ai selfie in corsia, che cosa dice il codice della privacy

È recente la notizia che il Ministero della Salute e in particolare la Direzione Generale delle professioni sanitarie e delle risorse umane ha invitato gli Enti e gli Ordini professionali degli operatori sanitari di comunicare ai propri iscritti di evitare la pubblicazione sui diversi social di selfie, video, fotografie fatti in corsia o comunque all'interno di strutture pubbliche o private nell'ambito della propria attività lavorativa.

La lettera del Ministero del 29/03/2017 indirizzata a Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici) e alle Federazioni dei collegi Ipasvi (infermieri), dei collegi delle Ostetriche e dei collegi Tsrm (Tecnici sanitari di radiologia medica)che inizia con il seguente inciso

"Sono ormai frequenti le notizie di stampa che segnalano il dilagare del fenomeno della pubblicazione di fotografie e selfie sui social network scattate da parte dei professionisti sanitari durante l'esercizio dell'attività lavorativa" fa specifico riferimento a questa cattiva pratica secondo la quale molti operatori sanitari hanno l'abitudine ormai da anni di pubblicare contenuti diversi (foto, video, selfie e post) fatti in ambito sanitario con coinvolgimento più o meno consapevole dei pazienti e/o dei loro parenti e sottolineando come le attività cliniche possano diventare oggetto di spettacolarizzazione compromettendo lo stesso rapporto di fiducia tra paziente e operatore.

Il Ministero invita a riflettere sull'importanza di "contrastare siffatti avvenimenti", chiedendo ai professionisti di "farsi parte attiva attraverso l'invio di specifiche raccomandazioni agli Ordini e Collegi professionali nelle quali si evidenzi la problematica sopra esposta e si sottolinei la necessità del rispetto dell'etica professionale".

Si ricorda che la diffusione dei dati sanitari è espressamente vietato dal Codice Privacy (Decreto Lgs 196/2003) ed è sanzionata non solo un profilo amministrativo ma comporta anche conseguenze penali e richieste di risarcimento danni in sede civile.

La comunicazione del Ministero ha chiaramente la finalità di rendere nota agli iscritti la problematica evidenziata invitando ognuno a vigilare sul rispetto della deontologia professionale segnalando chi non si comporti correttamente.

Si rammenta, allo scopo di approfondire la questione, che ognuno di noi quando posta sui social network esce dal proprio ambito domestico e personale e - qualunque sia il numero dei destinatari - determina un "trattamento dei dati personali" ai sensi di legge equiparabile a quello dei Titolari, aziende, società enti sanitari veri e propri. Al riguardo evidenzio che il Garante per la protezione dei Dati Personali ha di recente approfondito le problematiche dei social affermando tra le altre cose che "un post su Facebook non è mai veramente riservato ai soli "amici", anche se è pubblicato in un profilo "chiuso"e che "Non può essere provata infatti, sempre secondo il Garante, la persistente natura chiusa del profilo e la sua accessibilità a un gruppo ristretto di "amici", perché il profilo è facilmente modificabile, da "chiuso" ad "aperto", in ogni momento da parte dell'utente
(Visibile QUI http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/6164153).

In conclusione, volendo qui solo analizzare l'aspetto civilistico - ma senza dimenticare che i sopracitati comportamenti comportano anche conseguenze di tipo penale e amministrativo - va evidenziato che al danno prodotto dal Titolare per cui si lavora (ospedale, centro diagnostico o altro) e al quale l'interessato, nel caso specifico, paziente, può chiedere l'eventuale risarcimento, va aggiunta la responsabilità solidale dell'operatore persona fisica che ha prodotto il danno. Il che significa che l'eventuale risarcimento per il danno prodotto può essere chiesto sia all'Ente che all'operatore sanitario.

Monica Gobbato
Avvocato digitale. Docente e consulente di privacy e diritto dell'informatica

@MonicaGobbato
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